Ungheria: un salto indietro di 100 anni

Viktor-Orban

Il premier ungherese Viktor Orbán alla fine ce l’ha fatta, riuscendo in un sol colpo a riportare l’Ungheria indietro di 100 anni (98 per la precisione), sino alla pancia nera e razzista del XX secolo. Correva l’anno 1920, infatti, quando a Budapest prendeva il potere l’ammiraglio Miklós Horthy che avrebbe retto il Paese sin quasi alla fine della seconda guerra mondiale, portandolo ad abbracciare una tragica alleanza con Adolf Hitler. Oggi, a quasi un secolo di distanza, Orbán ha presentato in Parlamento una proposta di legge che fra pochi giorni verrà sicuramente ratificata dall’ampia maggioranza di cui egli dispone: la criminalizzazione di chiunque aiuti e sostenga un migrante o soltanto gli conceda un piatto di minestra oppure un tetto per la notte.

Pene sino a un anno di carcere, dunque, per chiunque aiuti un migrante in qualunque modo: sia dal punto di vista pratico sia semplicemente sostenendo in pubblico le proprie idee (fonte: ANSA). Così le organizzazioni internazionali sono bollate come associazioni di “agenti stranieri”, mentre il nemico dichiarato è indicato, come al solito, nel “complotto giudaico internazionale” che avrebbe a capo il miliardario americano, di origini ungheresi, George Soros. Lo scopo dei nuovi provvedimenti, proprio come in un film di fantascienza di seconda categoria, è quello di “difendere l’Ungheria da ogni minaccia aliena” (fonte: il Giornale).

Ed ecco riapparire la consueta bufala – ormai ampiamente dimostrata tale – del complotto della finanza internazionale filo-sionista, comandata da Soros (fonte: BUTAC). E anche questo è un ritorno al passato, a quell’Ungheria di Horthy che ebbe il triste primato delle prime leggi razziali europee, ben prima della Germania di Hitler e dell’Italia di Mussolini, e del più efficace rastrellamento di ebrei in una nazione europea, che nel 1944 riempì in un sol colpo il campo di Auschwitz.

Ed ecco riapparire anche il tristemente noto “reato di opinione” (pene detentive, si diceva, per chiunque sostenga in pubblico la causa dei migranti). Ed ecco farsi strada, allo stesso modo, la consueta identificazione del nemico con l’altro, con il diverso: l’eterno capro espiatorio, ben raccontato da René Girard.

Arrivato quest’anno al suo quarto governo, forte di 133 seggi in Parlamento su un totale di 199, dopo una serie di oculate modifiche alla Costituzione, il buon Orbán rimane un personaggio che, senza mezze parole, pensa che: “Manifestare contro il governo equivale al tradimento della Patria”. Quando fu Presidente di turno dell’Unione Europea, egli dichiarò, davanti a un Parlamento di Strasburgo a dir poco allibito:

Noi non crediamo nell’Unione europea, crediamo nell’Ungheria, e consideriamo l’Unione Europea da un punto di vista secondo cui, se facciamo bene il nostro lavoro, allora quel qualcosa in cui crediamo, che si chiama Ungheria, avrà il suo tornaconto.

Eppure, di tutto questo “pacchetto” ciò che più inquieta è il ritorno, deciso e senza imbarazzi, a un passato che si sperava ormai dimenticato. Il tutto condito dal consueto mix di notizie false (Soros, il complotto internazionale…), di populismo (l’invasione…), di nazionalismo (l’allontanamento dall’Europa…) e di ignoranza. Perché, come scrisse un grande Aldous Huxley, “il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna”.

Cordialmente,
Edoardo Scarpanti

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