Terrore, terrorismo e islamismo: rinfreschiamoci le idee

Shabab

L’orrore di chi deliberatamente e scientemente colpisce civili innocenti, inermi e disarmati, uomini e donne, vecchi e bambini, nella loro casa, nelle strade della città in cui vivono, al mercato, in una scuola, ai tavolini di un caffè o all’interno di un teatro non ha né può umanamente e moralmente avere alcuna giustificazione. Si tratta semplicemente di orrore disumano. Un orrore, un insensato abominio, che prende il nome di attacco terroristico.

Insensato, eppure accade – e per di più frequentemente – in Occidente così come in Medio Oriente, in Africa e in tanti altri angoli del mondo. Accade, è sempre accaduto in passato e presumibilmente continuerà purtroppo ad accadere nel prossimo futuro. Perché l’orrore funziona, anzi funziona maledettamente bene e colpisce in un solo momento un’intera comunità. Funziona proprio in quanto genera e diffonde nelle comunità colpite e nei singoli individui il terrore, cioè quella diffusa sensazione di improvvisa e sorprendente impotenza di fronte a un grave pericolo che sino a un attimo prima si credeva lontano e sotto controllo.

Il terrore, purtroppo, è una delle poche sensazioni umane che risultano del tutto incontrollabili: non a caso il terrore, per definizione, è cieco. È quella stessa sensazione che pervade l’automobilista che, lanciato ad alta velocità lungo un’autostrada, si trova improvvisamente di fronte a una coda di vetture ferme, nascoste da un fitto banco di nebbia, accorgendosi di non fare più in tempo a frenare, e in quel momento la vita “gli passa davanti”; o ancora è quel gelo tremendo che risale la colonna vertebrale del paziente che inaspettatamente si sente diagnosticare dal medico una malattia potenzialmente mortale. Il terrore lascia senza respiro, nell’incapacità di fare alcunché. È la morte che, non invitata, bussa a sorpresa alla nostra porta, battendo implacabile con i colpi sordi e ritmati della quinta sinfonia di Beethoven.

La forza dirompente del terrore è precisamente ciò che i professionisti di tale arte, cioè i terroristi, ricercano. È un’arma segreta potentissima, forse l’arma più efficace nel mondo post-atomico, e allo stesso tempo straordinariamente economica, facile da trasportare e da esportare. Il terrore non fa suonare il metal-detector degli aeroporti: un attentatore suicida è una persona come tante altre, può arrivare dovunque e colpire senza preavviso. Per questo il terrore è un’arma tanto popolare, utilizzata con efficacia da millenni: per citare soltanto i casi cronologicamente più vicini a noi, è stata l’arma del Regime del Terrore durante la Rivoluzione Francese – e proprio lì nacque la parola terrore utilizzata per la prima volta con questa accezione –, e ancora è stata l’arma preferita dei regimi totalitari del Novecento, dal Nazismo sino allo Stalinismo, con la quale essi hanno messo a tacere avversari politici e nemici interni, e in seguito è stata adottata da una miriade di gruppi terroristici con i più vari orientamenti ideologici, dalle Brigate Rosse al terrorismo nero degli anni Settanta in Italia, dall’irredentismo irlandese cattolico dell’IRA sino all’odierno terrorismo islamista dell’ISIS, cioè del sedicente “Stato Islamico”. Ma è un’arma che ha fatto gola anche ai governi di potenti Nazioni, che l’hanno sfoderata nei momenti cruciali di un conflitto, quando le armi convenzionali erano in evidente difficoltà: si pensi a tutti quegli attacchi che hanno avuto come obiettivo esclusivo proprio la popolazione civile inerme, dal bombardamento a tappeto di Dresda del 13 febbraio 1945 alle V1 e V2 tedesche lanciate su Londra, dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki dell’agosto 1945 sino alle fin troppo ricorrenti imprecisioni delle moderne “bombe intelligenti”.

I crudeli e insensati attentati terroristici di Parigi del 13 novembre 2015, rivendicati dall’ISIS dell’auto-proclamato califfo al-Baghdādī, sono dunque soltanto l’ultimo esempio di una tradizione ben più antica: quella del terrore. Questi individui assassini non hanno inventato niente, ma comunque con il loro attacco inaspettato hanno raggiunto il proprio scopo, alzando di un gradino il “livello del terrore” nella comunità francese, in Europa e in generale in Occidente. Proprio come era successo dopo l’11 settembre 2001, con l’attacco alle Torri Gemelle di New York.

Ma anche dopo l’esplosione del terrore, dopo i battiti ritmati della morte alla porta di casa, a un certo momento fatalmente ci si raccoglie, si ritrova in sé stessi la forza per reagire, e allora i responsabili di quel terrore diventano il nemico pubblico da combattere con tutte le nostre forze. E infatti l’Occidente ancora una volta, come era avvenuto dopo l’11 settembre, è partito al contrattacco dell’ISIS, con i primi raid aerei verso le postazioni del nemico nei territori da lui occupati in Siria e in Iraq.

Ma qui sta l’inganno. Perché il terrore – e anche in questo senso quello messo in atto dagli estremisti dell’ISIS non fa eccezione – ha sempre come fine ultimo quello di suscitare una reazione anomala e di spingere la comunità colpita a prendere provvedimenti d’emergenza, che in parte finiscono per andare contro le convinzioni ideali e morali di quella comunità. Il terrore stimola la paura dell’altro, del diverso, la xenofobia e il sospetto.

A riprova di ciò, non a caso dopo il 13 novembre si è ulteriormente diffuso e rinforzato in Occidente il preconcetto dell’esistenza di un “Islam intrinsecamente violento”; un’idea che, come si cercherà di illustrare razionalmente nelle prossime pagine, non ha in realtà alcun fondamento autentico e che per altro, se fosse vera, ci dovrebbe far concludere che un miliardo e mezzo di persone nel mondo professano una religione violenta e omicida che li spinge a immolarsi come terroristi suicidi, mentre a voler essere obbiettivi la maggioranza di loro ci sembra e ci è sempre sembrata occupata in ben altre occupazioni, come trovare e mantenere un buon lavoro, far studiare i propri figli o, per dirla in termini molto concreti, arrivare a fine mese.

Ma l’inganno non finisce qui e il suo secondo aspetto è ancora più subdolo del primo. Sì, perché, l’ISIS, lo “Stato Islamico” del terrore “vuole” essere bombardato. Anzi, non chiede altro. Per il semplice fatto che in realtà la sua finalità ultima è la creazione di un grande e diffuso consenso, in tutti i Paesi musulmani, per giungere prima o poi a controllarli democraticamente, laddove non sarebbe possibile o sarebbe comunque molto difficile farlo militarmente. Ebbene, le bombe occidentali sulla Siria fanno passare in Medio Oriente l’idea che l’ISIS, il cosiddetto “Stato Islamico” di al-Baghdādī, sia l’unica difesa contro la minaccia occidentale, l’unico “difensore dei credenti”. E il consenso cresce, ogni giorno di più. Prima o poi inevitabilmente l’ISIS sarà sconfitto, dal punto di vista militare, nei territori che è arrivato ad occupare più o meno stabilmente in Siria, in Iraq o in Libia: date le forze messe in campo contro di esso, non sembra prevedibile un diverso esito del conflitto. Così è stato per l’Iraq ai tempi delle due Guerre del Golfo e così è stato per l’Afghanistan del regime dei talebani. Ma allo stesso tempo nessuno potrà impedire che lo Stato Islamico – pur ormai privato di una base territoriale – prenda gradualmente il potere, attraverso i meccanismi formali e un po’ precari della democrazia elettorale e nella forma dei diversi partiti di ispirazione islamista radicale, in tutti gli altri Paesi a maggioranza islamica, dal Marocco all’Egitto, dalla Tunisia sino allo Yemen, all’Algeria, alla Libia, al Pakistan, all’Indonesia e forse, per altre vie, anche in Arabia Saudita. Persino laddove un governo in carica, evocando la laicità dello Stato, eventualmente non riconoscerà una vittoria elettorale di un partito islamista, quest’ultimo avrà buon gioco a fomentare una rivolta popolare che probabilmente porterà all’eliminazione del “tiranno” di turno e quindi alla salita al potere dei difensori dell’Islam. E a quel punto lo Stato Islamico, pur essendo ormai stato sconfitto sul terreno, sarà legittimato a esistere come entità politica e arriverà forse a controllare la totalità o quasi del Medio Oriente, con i relativi pozzi petroliferi. A meno che non si corra ai ripari prima.