Il mito della razza: a volte ritorna

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Per una coincidenza forse non casuale, in quest’ultimo scorcio di gennaio del 2018 si vanno sovrapponendo fatti ed episodi diversi ma riconducibili a una comune matrice. Come sappiamo, ogni anno si celebra, il 27 gennaio, il Giorno della Memoria in ricordo di tutte le vittime della Shoah, nella stessa data in cui nel 1945 le truppe sovietiche spalancavano, non sapendo quale spettacolo si sarebbe offerto ai loro occhi, i pesanti cancelli di ferro di Auschwitz. Quest’anno la ricorrenza cade nell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle Leggi razziali volute dal Fascismo e, prima di quelle, della pubblicazione del tristemente celebre Manifesto della razza, con il quale importanti scienziati italiani, scelti in rappresentanza della classe accademica del tempo, fornivano quelle che ritenevano essere le basi scientifiche di una dottrina che oggi sembra tornare in auge: il razzismo.

Ma questo scampolo di gennaio non porta con sé soltanto ricorrenze storiche. Ecco che, infatti, da un lato un importante esponente politico, che concorre alla carica di Governatore della Lombardia, rilascia dichiarazioni in cui si dice allarmato per i pericoli di annientamento che correrebbe la “nostra razza bianca”, mentre dall’altro il presidente Mattarella sceglie proprio una vittima e testimone della Shoah, Liliana Segre, per sedere tra i banchi del Senato della Repubblica. Tutto ciò, evidentemente, accade perché in ottant’anni non siamo ancora riusciti a metabolizzare, come Italiani, un concetto elementare: il fatto, cioè, che in realtà le razze umane di cui parlava il Manifesto del 1938 semplicemente non esistono. Sono una favola, proprio come quella di Babbo Natale o Cenerentola, ma un po’ meno innocua. Eppure ci crediamo, in tanti. Non serve che le maggiori associazioni di antropologi, di genetisti, di linguisti e di altri scienziati lo ribadiscano in continuazione, con proclami ufficiali e contro-manifesti. Non serve neppure che lo mettano nero su bianco, in centinaia di libri, studiosi come Cavalli Sforza, Barbujani e tanti altri. Ci crediamo perché, come tutte le favole, è rassicurante. Per noi “bianchi”, si intende. Perché, come già aveva scoperto René Girard, la maniera più efficace per sentirci al sicuro, membri di una comunità coesa e solidale, è quella di individuare un nemico comune, il “capro espiatorio”, il diverso, l’Ebreo, l’uomo nero. E allora forse vale la pena spiegarlo ancora una volta, sino allo sfinimento, il motivo per cui le razze umane non esistono. Nella forma più sintetica possibile (per quanto è possibile), le cose stanno come segue, riassunte in quattro semplici punti.

Primo punto: oggi, rispetto al 1938, abbiamo a disposizione uno strumento in più, cioè il DNA, che ci dimostra che nel caso degli esseri umani la variabilità genetica fra due individui presi a caso nella stessa popolazione (ad esempio io e il mio vicino di casa, entrambi lombardi da generazioni, ma io basso e un po’ stempiato, lui alto e rosso di capelli) è statisticamente uguale o superiore a quella fra un membro di quella stessa popolazione e uno di un’altra popolazione (io e un allevatore Masai, che abita in Kenya). Le uniche caratteristiche abbastanza omogenee in una popolazione sono invece quelle superficiali, dovute all’adattamento al clima prevalente del territorio in cui essa vive, come il colore della pelle, degli occhi e dei capelli (gli scienziati li chiamano il fenotipo, cioè “quel che si vede all’esterno”), caratteristiche che però dal punto di vista del DNA sono irrilevanti. Quindi è impossibile, da una semplice analisi del DNA (con un prelievo di saliva o di sangue) stabilire se un essere umano appartiene a una “razza” o a un’altra, proprio perché le razze umane scientificamente non esistono e i loro confini non sono delimitabili in nessun modo.

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Secondo punto: esistono, invece, le razze di cani, gatti, capre e conigli. Sì, perché in questi casi le popolazioni sono state tenute separate artificialmente per secoli, evitando accuratamente che si incrociassero, allo scopo di selezionare gruppi ben riconoscibili con determinate caratteristiche fisiche. Anche se ovviamente, lasciati in condizione di riprodursi liberamente, un levriero afghano e un barboncino nel giro di due o tre generazioni produrranno nipoti e pronipoti indistinguibili in termini di razza, cioè degli adorabili “bastardini”. Infatti, in natura, le specie animali solo raramente si differenziano in razze, come accade soltanto quando due diverse popolazioni restano geograficamente isolate per molte centinaia di anni (è il caso, ad esempio, delle sottospecie di scimpanzé, un animale per altro con cui condividiamo il 98% del nostro DNA).

Terzo punto: non solo non esistono le razze in generale, ma non esiste neppure la “razza italiana” in particolare. Il solito DNA, infatti, anche solo considerando quello di ascendenza maschile (Y-DNA), dimostra che gli italiani “autoctoni” in realtà appartengono ad almeno una dozzina di gruppi genetici patrilineari diversi: c’è chi ha sangue proto-europeo (come i Baschi), chi indo-europeo (il gruppo più ricco, superiore al 30% nell’Italia del nord), chi sardo-illirico, chi africano, chi medio-orientale, chi scandinavo, chi fenicio e via dicendo, in differenti percentuali statistiche che variano anche a seconda delle diverse regioni italiane. Ne abbiamo parlato tempo fa in un articolo su questo stesso blog

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Se volete sapere a quale di questi ceppi genetici (i cosiddetti aplogruppi) appartenessero i vostri trisavoli maschi, è sufficiente spedire una provetta con un po’ di saliva a uno dei tanti laboratori che offrono questi servizi online; ma attenti: potreste avere delle brutte sorprese.

Quarto e ultimo punto: non è vero niente. Una razza umana diversa dalle altre esiste. È quella dei razzisti inconsapevoli, di chi non si informa e si fida di quello che gli si racconta, di chi si ferma al colore della pelle. Ma è una “razza” non biologica, non legata al DNA: la buona notizia è che si può guarire.

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Sette tesi sul terrorismo

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1. Terrorismo è qualunque atto di violenza, premeditata e inattesa, contro cittadini inermi

Ogni atto di terrorismo ha le stesse vittime – cioè uomini, donne e bambini inermi (ovvero “disarmati, innocui, indifesi”) – e ha lo stesso effetto – cioè quello di diffondere il terrore, l’insicurezza e la paura –. Ogni atto di terrorismo colpisce di sorpresa, nei luoghi della vita di ogni giorno (mercati, cinema, chiese, moschee, sinagoghe…), ottenendo un effetto straordinariamente più vasto rispetto ai mezzi utilizzati e al limitato numero di autori coinvolti. È un’arma rapida, flessibile ed efficace, contraria a qualunque “regola di guerra” perché sceglie di colpire i civili, non gli eserciti, e di farlo nelle loro case, non al fronte.

Se ciò è vero, allora il terrorismo ha molte facce. Terrorismo è (ora) ed è stato (in passato) un furgone guidato da un estremista islamico che travolge innocenti per le strade di Barcellona, ma anche il SUV di un “suprematista bianco” che investe la folla a Charlottesville; una bomba piazzata in un teatro di Parigi da una mano maghrebina, ma anche un attacco dinamitardo dell’IRA o delle Brigate Rosse contro un obiettivo civile; un jihadista che si fa saltare in aria su un’autobomba per le strade di Baghdad, uccidendo civili musulmani, ma anche una bomba a frammentazione che manca il bersaglio e fa a pezzi i pazienti ricoverati in un ospedale da campo; due aerei di linea che si schiantano su altrettanti grattacieli di New York, causando quasi 3.000 vittime innocenti e facendo piombare il mondo nel terrore, ma anche due bombe atomiche sganciate sopra altrettante città giapponesi, causando oltre 200.000 vittime innocenti e ottenendo però la resa immediata del Giappone e la fine della seconda guerra mondiale; ancora, terrorismo “nero” è stato quello di Adolf Hitler, che sterminò milioni di civili (Ebrei, Testimoni di Geova, omosessuali, portatori di handicap, malati mentali, Rom, oppositori politici…), ma terrorismo “rosso” fu quello di Stalin, di Pol Pot e di Mao che, se possibile, ne sterminarono ancora di più.

2. Il terrorismo ha sempre un ispiratore: il cattivo maestro

Il cattivo maestro è la mente del terrorismo. Il cattivo maestro, a differenza dei sui adepti, è istruito, colto, spesso ha viaggiato e conosce il mondo, come Osama bin Laden o Adolf Hitler, Al-Zawahiri o Mao. Sa bene quello che dice e che conseguenze avrà ciò che dice. Ha discepoli fedeli pronti a morire per lui e per l’ideale che egli propaganda. Sa come manipolare la verità, sa come citare i testi sacri piegandoli alle sue necessità, sa come fare breccia nel cuore di chi lo ascolta. Conosce il marketing così come la manipolazione mentale. È un abilissimo venditore di morte.

Alle spalle di ogni cattivo maestro ci sono sempre dei finanziatori. Egli ha amici potenti, conoscenze influenti. A volte è lui stesso un miliardario, come Osama bin Laden. Se invece non ha soldi a disposizione, sa sempre a quale porta bussare. Ad esempio: nel caso del terrorismo islamico è evidente l’interesse a sostenerlo sia da parte di numerosi partiti “islamisti” in vari Paesi, che sperano di aumentare il loro consenso per arrivare “democraticamente” al potere, sia di alcuni rami dei clan ereditari del Golfo.

3. Terrorista non è un popolo: è sempre un gruppo, opposto al popolo

Il cattivo maestro arruola, indottrina e addestra un gruppo ristretto, segreto. Si tratta di un’associazione a delinquere, proprio come la mafia o la camorra. Le tecniche utilizzate sono le stesse che si ritrovano nei processi di arruolamento in una setta religiosa: le cerimonie di iniziazione, la parola del maestro considerata sacra e indiscutibile, far sentire gli adepti finalmente “accolti”, con affetto e con stima, sino al progressivo “lavaggio del cervello”. Il gruppo viene addestrato e abituato a contrapporre noi (buoni) agli altri (cattivi), sino a quando non si convincerà che gli altri sono talmente cattivi da essere degni solo di venire eliminati da questo mondo. Il gruppo opera “per il bene del popolo”, ma non è il popolo. Così come i milioni di tedeschi vissuti fra il 1933 e il 1945 non erano Hitler, anche i milioni di musulmani vissuti tra il 2001 e il 2017 non sono Osama bin Laden o Al-Baghdadi. Eppure fra quei tedeschi e questi musulmani alcuni scelsero di credere ai loro cattivi maestri.

Il popolo, anzi, è la prima vittima del proprio terrorismo: il 90% delle vittime del terrorismo islamista – dai tempi di Al-Qaida sino all’ISIS – è costituito da civili musulmani, da uomini, donne e bambini che vorrebbero solo vivere tranquilli, in Paesi a maggioranza musulmana.

4.  Il terrorismo è sempre giustificato con un’ideologia

Il terrorista sa bene che provocherà morte e dolore. Il cattivo maestro, lucidamente, adotta come giustificazione per tale morte e per tale dolore la difesa di un ideale forte e superiore, il quale può essere, di volta in volta, identificato in una religione (ad esempio l’Islam propagandato come ultima difesa contro l’imperialismo occidentale), in un’ideologia (nazismo o comunismo, fascismo o stalinismo), o in un “mito fondante” accuratamente stravolto nei suoi valori (il Bene assoluto, la Parola di Dio, la giustizia, la razza superiore, la missione civilizzatrice verso i popoli “non civilizzati” e persino la democrazia o il benessere, il “nostro stile di vita”). Il messaggio ideologico deve essere sempre semplice, diretto, efficace: contrapporre noiloro.

5. L’ideologia ha sempre alle spalle la manipolazione di un “testo sacro”

C’è sempre un testo sacro, a sostegno dell’ideologia propagandata dal cattivo maestro, ma tale testo viene sempre accuratamente manipolato nel suo messaggio e nel suo significato. E il sistema più efficace per far dire a un testo ciò che si vuole, paradossalmente, è citarlo alla lettera. Ogni interpretazione è vietata, tranne ovviamente quella personalmente fornita dal cattivo maestro. Così, il Corano, nell’interpretazione wahhabita e salafita, serve per giustificare la strage degli “infedeli”, così come la Bibbia è stata usata in passato per giustificare le Crociate e lo schiavismo, i roghi delle streghe e la Sacra Inquisizione. E il testo può anche non essere per nulla “sacro”, ma “profano”, come Mein Kampf o il Libretto rosso di Mao. Non importa… Perché “Dio lo vuole” è una bugia che non ammette obiezioni.

6. Il terrorismo ha effetti carsici, e tali effetti sono su due fronti

L’effetto di un atto terroristico non è la strage, non è il sangue. Non è immediato. È lento, invisibile, carsico. Il fall-out dell’esplosione di un’auto-bomba non è semplicemente quello delimitato dalla nuvola di fumo e dalle macerie degli edifici circostanti. Ogni atto di terrore, in primo luogo, rafforza il “fronte interno”, convincendo sempre di più il popolo che il gruppo terroristico agisce in sua difesa e che anzi esso è l’ultimo baluardo contro il nemico comune. Ad ogni attacco, un gruppo terrorista islamista e i suoi ispiratori guadagnano sostenitori, presentandosi come credibili ed efficienti “eserciti di salvezza”; così, presto o tardi, in Oriente i partiti politici che li appoggiano raggiungeranno un consenso sufficiente per arrivare al potere “democraticamente”, tramite elezioni.

Ogni atto di terrore, poi, agisce sul “fronte esterno”, minando la coesione e la fiducia della popolazione colpita, la quale si convincerà sempre di più che lo straniero, il diverso è “il male”, la minaccia incarnata; così, presto o tardi, in Occidente i partiti politici che cavalcano la “ribellione contro l’invasione” raggiungeranno un consenso sufficiente per arrivare al potere “democraticamente”, tramite elezioni.  I “populisti”, ugualmente presenti su entrambi i fronti, finiscono ovviamente per favorire questa contrapposizione, lavorando di fatto per i terroristi.

7. La battaglia contro il terrorismo si può vincere, ma non (solo) sul campo di battaglia

La guerra convenzionale, fatta di truppe sul campo, mezzi pesanti e bombardamenti, è straordinariamente poco adatta a sconfiggere una rete terroristica. Così come non servirebbe per sconfiggere la mafia, la camorra o la ‘ndrangheta. Per intenderci: nessun idiota penserebbe di bombardare Palermo o Napoli per risolvere alla radice il problema del crimine organizzato. Servono indagini, pazienti operazioni di intelligence e di collaborazione internazionale. Non serve chiudere le frontiere. Non serve il filo spinato.

cattivi maestri devono essere identificati ed eliminati; le loro reti di finanziamento devono essere interrotte alla fonte; i loro gruppi armati devono essere resi innocui. Ma non basta. Solo la soluzione delle controversie internazionali, con la pacificazione di tutto il Medio Oriente e l’ottenimento dell’autodeterminazione dei vari popoli che vivono in quell’area, con una diffusa giustizia sociale e un normale benessere, può ottenere il risultato di fare terra bruciata attorno ai gruppi terroristici.

Togliere consenso. Disattivare il cortocircuito della contrapposizione fra noi e loro, fra Occidente e Islam. Così è stato per il terrorismo rosso e nero degli anni di piombo in Italia, e così è stato per il terrorismo dell’IRA in Irlanda del Nord. Altrimenti, si rischia che i fondamentalisti, pur sconfitti sul campo in Iraq e in Siria, arrivino al potere democraticamente, attraverso le elezioni politiche, in uno o in più Stati del Medio Oriente. E allora bisognerebbe ricominciare da capo.

«Dev’esserci qualcosa di sbagliato nel cervello di quelli che trovano gloriosa o eccitante la guerra. Non è nulla di glorioso, nulla di eccitante, è solo una sporca tragedia sulla quale non puoi che piangere. Piangi a quello cui negasti una sigaretta e non è tornato con la pattuglia; piangi su quello che hai rimproverato e ti s’è disintegrato davanti; piangi su lui che ha ammazzato i tuoi amici»
Oriana Fallaci, ai tempi di Niente e così sia (1969)


Per approfondire:
E. Scarpanti, Questo non è Islam, 2016.

Black Cowboys & Melting Pot: la sorpresa “italiana” della mutietnicità

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Jamie Foxx e Leonardo Di Caprio in “Django Unchained”

Non tutti se ne sono accorti, ma anche i film western sono cambiati. Non solo perché in “Django” ci sono scene splatter che ai tempi di John Waine o di Clint Eastwood il cinema ancora non proponeva, ma anche perché oggi compaiono sempre più spesso dei cowboy dalla faccia scura. Sì, perché si è scoperto che molti cowboy erano in realtà afro-americani, nipoti e pronipoti degli schiavi importati nelle piantagioni di cotone del Sud: sono i cosiddetti Black Cowboys. Anche se nessuno di loro – forse non a caso – ottenne mai la fama letteraria di Billy the Kid o di Roy Rogers, la loro presenza fu importantissima. Oggi “Django” lo conosciamo tutti, grazie al film di Tarantino del 2012, ma chi volesse andare a vedere di persona e concedersi un viaggio negli Stati Uniti può visitare il National Multicultural Western Heritage Museum a Fort Worth, in Texas.

Ma si sa: quella nord-americana è una società multietnica, un vero melting pot, non certo come la nostra. Fondata sull’immigrazione di migliaia e migliaia di (allora) derelitti inglesi, scozzesi e irlandesi, francesi e italiani, spagnoli e messicani, polacchi e ungheresi, indiani, pakistani, filippini e cinesi, e ancora schiavi africani, nativi nord-americani, esquimesi e persino russi cercatori d’oro, balenieri o cacciatori di furetti. Oggi, molto semplicemente, si considerano e si sentono tutti “americani”.

Benissimo, ma da noi è diverso… vero? L’immigrazione è un fatto recente e gli italiani “veri”, autenici, esistono e dunque si distinguono perfettamente dagli immigrati marocchini o romeni, siriani o albanesi, cinesi o filippini.  O forse no? Comunque c’è un modo di saperlo, scientificamente e in maniera inappellabile: farsi prelevare un po’ di sangue. Facciamolo (magari ci viene voglia di aderire all’AVIS e faremmo un’ottima cosa, dato che purtroppo i donatori di sangue in Italia sono davvero troppo pochi; ma questa è un’altra storia).

Ottimo. Dalle analisi del sangue, se siamo maschietti, scopriremo il nostro “aplogruppo”, cioè il gruppo a cui appartiene il nostro cromosoma Y. Se siamo donne e dunque abbiamo solo cromosomi X, possiamo sempre obbligare nostro fratello o nostro cugino a farsi sforacchiare per noi (e poi c’è anche il DNA mitocondriale, trasmesso solo dalle donne, ma non scendiamo troppo nei particolari). Gli aplogruppi si classificano con le lettere dell’alfabeto: A, B, C e vosì via, e poi in sottogruppi. Benissimo: la sorpresa è che in Italia c’è di tutto e di più…

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Queste bellissime mappe dell’Italia, dieci in tutto, raccontano la nostra storia. Ebbene, un tempo in Europa c’erano gli uomini di Cro-Magnon, cacciatori e raccoglitori, il cui sangue è ancora nel 35% dei sardi (nelle mappe qui sopra, si veda il gruppo I2a1);  e in effetti la Sardegna è tanto bella quanto isolata, e proprio in quanto isolata si è mantenuta per millenni fuori dai grandi flussi migratori. Poi circa 10.000 anni fa sono arrivate le prime tribù di agricoltori, dal Medio Oriente e precisamente dalla Siria, dalla Palestina (gruppo G e gruppi J, nelle mappe) e dalla Grecia (gruppo J2),  che hanno moltissimi eredi nell’Italia centro-meridionale. Circa 7.000 anni fa sono giunti i potenti popoli parlanti lingue indo-europee, agricoltori e capaci di utilizzare la ruota e il cavallo per la guerra (vedi mappa del gruppo R1b): oggi il loro sangue è presente nel 50% degli italiani settentrionali, ma nel 25% dei meridionali. A questi si aggiungeranno in seguito ulteriori sottogruppi, sempre indo-europei: i celti nell’Italia del nord e gli svevi in Sicilia, ad esempio. Alla caduta dell’Impero Romano arrivarono le orde germaniche – Vandali, Goti e Longobardi in testa a tutti – oggi diventate orde “piemontesi” e “venete”, almeno a giudicare dalle mappe I2a2 (la seconda, qui sopra) e I1 (la terza). E se pensate di essere un po’ bizantini? Controllate la mappa E1b1b. Ma ci fermiamo qui, anche se ci sarebbero molti altri gruppi da elencare.

Insomma, qualche dubbio su chi siano – o se esistano veramente – i “veri” italiani ci dovrebbe sorgere. Forse siamo molto più “americani” di quanto pensiamo. Con buona pace delle polemiche sulle politiche di “accoglienza” degli immigrati… dato che immigrati siamo anche noi. E non dimentichiamoci dell’AVIS, davvero: perché il nostro sangue, anche se abbiamo scoperto che è una macedonia e non un piatto unico, è importante donarlo a chi ne ha bisogno.