La “bufala”? È sempre tossica (quella online, ovviamente). Ed è una truffa

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Bufale in rete: un piatto indigesto

La parola, in sé, è simpatica, quasi gradevole, ed evoca immediatamente un ottimo prodotto del Sud: la mozzarella di bufala. Ma la somiglianza finisce lì. Infatti si potrebbe dire che tanto la pasta della vera mozzarella di bufala è fresca, bianca e pura, quanto invece la bufala online è un prodotto scadente, decisamente avariato e il più delle volte persino tossico.

Sì, perché la bufala non è mai uno scherzo innocente, una trovata in stile Amici miei, ma nasconde sotto un’apparenza innocua uno scopo ben preciso. Il “bufalaro” infatti diffonde deliberatamente una notizia falsa – ben conscio della sua completa inattendibilità – con lo scopo di trarne un beneficio. Il vantaggio, o il tornaconto, può essere assai vario. Può esserci una finalità meramente economica, come quella di trasferire l’ignaro lettore, cioè colui che ha “abboccato”, su una pagina web che riporta una quantità inverosimile di inserzioni a pagamento; oppure una finalità di tipo politico o ideologico, laddove il “bufalaro” cerca di influenzare una parte dell’opinione pubblica in modo da “spostarla” in favore di qualcuno o di qualcosa, di una figura politica o di una corrente di pensiero. E sin qui il comportamento del venditore di “bufale avariate” sarebbe quasi sopportabile, anzi potrebbe persino muoverci a compassione per quel povero sparaballe, certo un po’ disonesto, che evidentemente non trova niente di meglio da fare per guadagnare qualche euro alle nostre spalle.

Ma il più delle volte la “bufala”  si rivela veramente tossica, perché essa mira direttamente a risvegliare gli istinti più bassi dell’essere umano, stimolandolo al basso ventre. E, più di ogni cosa, questa infima mozzarella avariata ama stimolare l’odio, il disprezzo verso chiunque sia diverso, e quasi tutte le “bufale” alla fine nascono contro qualcuno o contro qualcosa. Sfido chiunque di voi a trovare, infatti, un congruo numero di notizie false pubblicate allo scopo di promuovere l’amicizia o l’uguaglianza fra i popoli, oppure con finalità nobili come la raccolta di fondi per i bambini affamati in Africa Centrale: magari ce ne fossero!

Perché, allora, la chiamiamo “bufala”?

Quindi è chiaro che quando si parla di “bufale online” non stiamo parlando di nulla di simpatico o di semplicemente goliardico. Ma perché questo nome? Il legame con la bufala, quella vera, non è chiarissimo e le ricostruzioni della storia dell’uso della parola bufala con il significato di “notizia falsa” sono numerose e in parte discordanti.

L’Accademia della Crusca richiama un’antica espressione, cioè menare qualcuno per il naso come una bufala, con la quale si indicava l’atto dell’ingannare una persona portandola metaforicamente a spasso così come si faceva con i tori o i buoi, tenuti a bada afferrando l’anello che avevano al naso. Un’altra ipotesi, invece, riconduce il termine all’uso che avevano nel secolo scorso alcuni macellai di Roma, evidentemente disonesti, di vendere la carne di bufala come se si trattasse di bistecche di manzo, ben più pregiate. Allo stesso modo, c’era chi sostituiva, per spendere poco, la pelle delle scarpe con un surrogato fatto di pelle di bufala, sicché era possibile sentirsi dire: «Questa è una bufala!» Cioè, appunto, una cosa falsa.

Allora chiamiamola con il suo vero nome

Se dunque bufala è un termine troppo simpatico, che evoca un bovino domestico bonaccione, dai grandi occhi, che per di più produce il latte con cui vengono confezionate ottime mozzarelle, allora forse non dovremmo più usare questa parola per indicare una cosa tanto spregevole: la bufala online. Basta.

Chiamiamola semplicemente bugia, falsità, notizia falsa. Anzi, semplicemente truffa. Sì, perché proprio di questo si tratta: di una truffa. E, come tale, di un comportamento punibile secondo il nostro ordinamento legale. Altro che mozzarella. Quindi è davvero meritorio il lavoro di quelle persone che si dedicano al debunking, cioè allo smascherare le bufale diffuse in rete. In Italia esistono alcune pagine e comunità molto attive al riguardo, come ad esempio, su Facebook, BUTAC – Bufale un tanto al chilo, Bufale.net e Bufale e dintorni, oltre allo “storico” debunker Paolo Attivissimo, su Twitter con il suo profilo Disinformatico.

E non dimentichiamo che la bufala avariata è una truffa che ha una storia lunga, nata molto tempo prima di Facebook o di Twitter. Una bufala era, ad esempio, il Protocollo dei Savi di Sion, un documento falso creato all’inizio del Novecento per fomentare l’odio verso gli Ebrei. Con i risultati tragici che tutti conosciamo. Ma la bufala può avere obiettivi molto più ristretti, come la storiella che voleva che la povera Mia Martini portasse sfortuna e che si è rivelata, purtroppo, tutt’altro che innocua.

Quindi, se volete, basta bufala… e chiamiamola truffa. Perché, come diceva Nanni Moretti, «le parole sono importanti». E magari a qualcuno passa la voglia di pubblicare bufale. Pardon, truffe.

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Ma i post su Facebook li ha inventati Hermann Hesse?

Chi frequenta Hermann_Hesse_2più o meno assiduamente Facebook è bombardato di continuo da una quantità di post che il software della pagina del geniale Mark Zuckerberg seleziona per lui fra milioni di altri post, in base a sofisticati calcoli che prendono in considerazione i suoi gusti e le sue preferenze. Le notizie più interessanti, e di conseguenza più cliccate, sono quelle che si presentino allo stesso tempo come interessanti, stimolanti e poco impegnative: nessuno ha il tempo o la voglia, mentre aspetta l’autobus sotto la pioggia, di leggersi un lungo post sullo strutturalismo nell’antropologia del XX secolo… Il post di successo, ovviamente, è corredato da un’immagine che abbia le stesse caratteristiche: interessante, stimolante (anche in termini di sex appeal) e poco impegnativa. Tutto ciò, con buona pace dei teorici contemporanei della comunicazione in rete, lo aveva già inventato Hermann Hesse, l’autore di Siddharta.

Nel romanzo Il gioco delle perle di vetro, del 1943, Hesse ci descrive una società del futuro prossimo, dalla quale un’élite di studiosi e di intellettuali si distacca per formare un gruppo più elevato, la “Castalia”, dedito allo studio e appunto al “gioco delle perle di vetro”. Il protagonista, Josef Knecht, arrivato finalmente ai massimi livelli della Castalia, si accorgerà però che la cultura del suo tempo non produce più nulla: la sua attività è ormai limitata all’osservazione di piccoli eventi, di fatti interessanti, di notizie curiose; quello che avviene non è altro che un continuo riassumere, ricapitolare, ripetere ciò che già da tempo è stato scritto, scoperto, inventato. Insomma, nella Castalia si scrivono post… e anche post molto efficaci. Hesse, non a caso, in altri suoi scritti ha definito il nostro tempo das feuilletonistische Zeitalter, cioè “l’epoca appendicistica”, “l’era della terza pagina”, o “l’era del feuilleton”. Potremmo anche dire, attualizzando: “l’era dei post”. Per carità, nulla di male: a forza di post – però se fatti bene – si può anche ricostruire una cultura!