Dentro al discorso del Presidente

Sergio Mattarella ha giurato come dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana. Il suo discorso d’inizio mandato, a quanto ci è dato di sapere, è piaciuto praticamente a tutti; persino a quelli che non avevano visto di buon occhio la scelta del giurista siciliano come nuovo Capo dello Stato. L’appeal del discorso presidenziale alle Camere riunite deve molto, certamente, alla levatura dell’oratore, di cui tutti i colleghi Parlamentari risconoscono la serietà, e soprattutto all’importanza dei temi trattati. In pochi minuti, il nuovo Presidente ha toccato buona parte dei nervi scoperti del Paese: dalla crisi economica alla disoccupazione, dalla sanità all’istruzione, sino alla lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata.

Ma i contenuti, in questo caso, sono stati veicolati da una forma altrettanto apprezzata, anche se meno evidente. Il discorso presidenziale, infatti, è un ottimo esempio di costruzione retorica perfetta (dove l’aggettivo retorica non ha, ovviamente, nessuna connotazione negativa). Giovanni Laccetti sulla rivista Termometro politico ci fornisce un’interessante disamina di quel testo di inizio mandato, effettuata anche grazie agli strumenti di analisi del linguaggio del Laboratorio “Zampolli” del CNR. Il risultato? La lingua di Mattarella è semplice, immediata, sobria e di facile comprensione, ottenendo livelli di immediatezza ben superiori a quelli di qualunque discorso dei suoi ex-colleghi parlamentari. Le frasi, in media, non superano le diciotto parole. Il lessico è semplice ed efficace e, nel 74% dei casi, rientra in quello che i linguisti chiamano il “vocabolario di base”. Insomma, nel suo discorso di apertura Sergio Mattarella si è dimostrato più giovane della maggioranza dei politici, almeno linguisticamente.

La parola che in assoluto ricorre più spesso è volto, come per far capire che chi parla ci vuole “mettere la faccia”. Ma lasciamo che a parlare siano le battute finali del discorso stesso, che hanno la loro forza proprio nella ripetizione anaforica di quella piccola parola:

«Per la nostra gente, il volto della Repubblica è quello che si presenta nella vita di tutti i giorni: l’ ospedale, il municipio, la scuola, il tribunale, il museo.
Mi auguro che negli uffici pubblici e nelle istituzioni possano riflettersi, con fiducia, i volti degli italiani: il volto spensierato dei bambini, quello curioso dei ragazzi. I volti preoccupati degli anziani soli e in difficoltà il volto di chi soffre, dei malati, e delle loro famiglie, che portano sulle spalle carichi pesanti. Il volto dei giovani che cercano lavoro e quello di chi il lavoro lo ha perduto. Il volto di chi ha dovuto chiudere l’impresa a causa della congiuntura economica e quello di chi continua a investire nonostante la crisi. Il volto di chi dona con generosità il proprio tempo agli altri. Il volto di chi non si arrende alla sopraffazione, di chi lotta contro le ingiustizie e quello di chi cerca una via di riscatto. Storie di donne e di uomini, di piccoli e di anziani, con differenti convinzioni politiche, culturali e religiose. Questi volti e queste storie raccontano di un popolo che vogliamo sempre più libero, sicuro e solidale. Un popolo che si senta davvero comunità e che cammini con una nuova speranza verso un futuro di serenità e di pace. Viva la Repubblica, viva l’Italia!»