Sette tesi sul terrorismo

Blood-On-Hands

1. Terrorismo è qualunque atto di violenza, premeditata e inattesa, contro cittadini inermi

Ogni atto di terrorismo ha le stesse vittime – cioè uomini, donne e bambini inermi (ovvero “disarmati, innocui, indifesi”) – e ha lo stesso effetto – cioè quello di diffondere il terrore, l’insicurezza e la paura –. Ogni atto di terrorismo colpisce di sorpresa, nei luoghi della vita di ogni giorno (mercati, cinema, chiese, moschee, sinagoghe…), ottenendo un effetto straordinariamente più vasto rispetto ai mezzi utilizzati e al limitato numero di autori coinvolti. È un’arma rapida, flessibile ed efficace, contraria a qualunque “regola di guerra” perché sceglie di colpire i civili, non gli eserciti, e di farlo nelle loro case, non al fronte.

Se ciò è vero, allora il terrorismo ha molte facce. Terrorismo è (ora) ed è stato (in passato) un furgone guidato da un estremista islamico che travolge innocenti per le strade di Barcellona, ma anche il SUV di un “suprematista bianco” che investe la folla a Charlottesville; una bomba piazzata in un teatro di Parigi da una mano maghrebina, ma anche un attacco dinamitardo dell’IRA o delle Brigate Rosse contro un obiettivo civile; un jihadista che si fa saltare in aria su un’autobomba per le strade di Baghdad, uccidendo civili musulmani, ma anche una bomba a frammentazione che manca il bersaglio e fa a pezzi i pazienti ricoverati in un ospedale da campo; due aerei di linea che si schiantano su altrettanti grattacieli di New York, causando quasi 3.000 vittime innocenti e facendo piombare il mondo nel terrore, ma anche due bombe atomiche sganciate sopra altrettante città giapponesi, causando oltre 200.000 vittime innocenti e ottenendo però la resa immediata del Giappone e la fine della seconda guerra mondiale; ancora, terrorismo “nero” è stato quello di Adolf Hitler, che sterminò milioni di civili (Ebrei, Testimoni di Geova, omosessuali, portatori di handicap, malati mentali, Rom, oppositori politici…), ma terrorismo “rosso” fu quello di Stalin, di Pol Pot e di Mao che, se possibile, ne sterminarono ancora di più.

2. Il terrorismo ha sempre un ispiratore: il cattivo maestro

Il cattivo maestro è la mente del terrorismo. Il cattivo maestro, a differenza dei sui adepti, è istruito, colto, spesso ha viaggiato e conosce il mondo, come Osama bin Laden o Adolf Hitler, Al-Zawahiri o Mao. Sa bene quello che dice e che conseguenze avrà ciò che dice. Ha discepoli fedeli pronti a morire per lui e per l’ideale che egli propaganda. Sa come manipolare la verità, sa come citare i testi sacri piegandoli alle sue necessità, sa come fare breccia nel cuore di chi lo ascolta. Conosce il marketing così come la manipolazione mentale. È un abilissimo venditore di morte.

Alle spalle di ogni cattivo maestro ci sono sempre dei finanziatori. Egli ha amici potenti, conoscenze influenti. A volte è lui stesso un miliardario, come Osama bin Laden. Se invece non ha soldi a disposizione, sa sempre a quale porta bussare. Ad esempio: nel caso del terrorismo islamico è evidente l’interesse a sostenerlo sia da parte di numerosi partiti “islamisti” in vari Paesi, che sperano di aumentare il loro consenso per arrivare “democraticamente” al potere, sia di alcuni rami dei clan ereditari del Golfo.

3. Terrorista non è un popolo: è sempre un gruppo, opposto al popolo

Il cattivo maestro arruola, indottrina e addestra un gruppo ristretto, segreto. Si tratta di un’associazione a delinquere, proprio come la mafia o la camorra. Le tecniche utilizzate sono le stesse che si ritrovano nei processi di arruolamento in una setta religiosa: le cerimonie di iniziazione, la parola del maestro considerata sacra e indiscutibile, far sentire gli adepti finalmente “accolti”, con affetto e con stima, sino al progressivo “lavaggio del cervello”. Il gruppo viene addestrato e abituato a contrapporre noi (buoni) agli altri (cattivi), sino a quando non si convincerà che gli altri sono talmente cattivi da essere degni solo di venire eliminati da questo mondo. Il gruppo opera “per il bene del popolo”, ma non è il popolo. Così come i milioni di tedeschi vissuti fra il 1933 e il 1945 non erano Hitler, anche i milioni di musulmani vissuti tra il 2001 e il 2017 non sono Osama bin Laden o Al-Baghdadi. Eppure fra quei tedeschi e questi musulmani alcuni scelsero di credere ai loro cattivi maestri.

Il popolo, anzi, è la prima vittima del proprio terrorismo: il 90% delle vittime del terrorismo islamista – dai tempi di Al-Qaida sino all’ISIS – è costituito da civili musulmani, da uomini, donne e bambini che vorrebbero solo vivere tranquilli, in Paesi a maggioranza musulmana.

4.  Il terrorismo è sempre giustificato con un’ideologia

Il terrorista sa bene che provocherà morte e dolore. Il cattivo maestro, lucidamente, adotta come giustificazione per tale morte e per tale dolore la difesa di un ideale forte e superiore, il quale può essere, di volta in volta, identificato in una religione (ad esempio l’Islam propagandato come ultima difesa contro l’imperialismo occidentale), in un’ideologia (nazismo o comunismo, fascismo o stalinismo), o in un “mito fondante” accuratamente stravolto nei suoi valori (il Bene assoluto, la Parola di Dio, la giustizia, la razza superiore, la missione civilizzatrice verso i popoli “non civilizzati” e persino la democrazia o il benessere, il “nostro stile di vita”). Il messaggio ideologico deve essere sempre semplice, diretto, efficace: contrapporre noiloro.

5. L’ideologia ha sempre alle spalle la manipolazione di un “testo sacro”

C’è sempre un testo sacro, a sostegno dell’ideologia propagandata dal cattivo maestro, ma tale testo viene sempre accuratamente manipolato nel suo messaggio e nel suo significato. E il sistema più efficace per far dire a un testo ciò che si vuole, paradossalmente, è citarlo alla lettera. Ogni interpretazione è vietata, tranne ovviamente quella personalmente fornita dal cattivo maestro. Così, il Corano, nell’interpretazione wahhabita e salafita, serve per giustificare la strage degli “infedeli”, così come la Bibbia è stata usata in passato per giustificare le Crociate e lo schiavismo, i roghi delle streghe e la Sacra Inquisizione. E il testo può anche non essere per nulla “sacro”, ma “profano”, come Mein Kampf o il Libretto rosso di Mao. Non importa… Perché “Dio lo vuole” è una bugia che non ammette obiezioni.

6. Il terrorismo ha effetti carsici, e tali effetti sono su due fronti

L’effetto di un atto terroristico non è la strage, non è il sangue. Non è immediato. È lento, invisibile, carsico. Il fall-out dell’esplosione di un’auto-bomba non è semplicemente quello delimitato dalla nuvola di fumo e dalle macerie degli edifici circostanti. Ogni atto di terrore, in primo luogo, rafforza il “fronte interno”, convincendo sempre di più il popolo che il gruppo terroristico agisce in sua difesa e che anzi esso è l’ultimo baluardo contro il nemico comune. Ad ogni attacco, un gruppo terrorista islamista e i suoi ispiratori guadagnano sostenitori, presentandosi come credibili ed efficienti “eserciti di salvezza”; così, presto o tardi, in Oriente i partiti politici che li appoggiano raggiungeranno un consenso sufficiente per arrivare al potere “democraticamente”, tramite elezioni.

Ogni atto di terrore, poi, agisce sul “fronte esterno”, minando la coesione e la fiducia della popolazione colpita, la quale si convincerà sempre di più che lo straniero, il diverso è “il male”, la minaccia incarnata; così, presto o tardi, in Occidente i partiti politici che cavalcano la “ribellione contro l’invasione” raggiungeranno un consenso sufficiente per arrivare al potere “democraticamente”, tramite elezioni.  I “populisti”, ugualmente presenti su entrambi i fronti, finiscono ovviamente per favorire questa contrapposizione, lavorando di fatto per i terroristi.

7. La battaglia contro il terrorismo si può vincere, ma non (solo) sul campo di battaglia

La guerra convenzionale, fatta di truppe sul campo, mezzi pesanti e bombardamenti, è straordinariamente poco adatta a sconfiggere una rete terroristica. Così come non servirebbe per sconfiggere la mafia, la camorra o la ‘ndrangheta. Per intenderci: nessun idiota penserebbe di bombardare Palermo o Napoli per risolvere alla radice il problema del crimine organizzato. Servono indagini, pazienti operazioni di intelligence e di collaborazione internazionale. Non serve chiudere le frontiere. Non serve il filo spinato.

cattivi maestri devono essere identificati ed eliminati; le loro reti di finanziamento devono essere interrotte alla fonte; i loro gruppi armati devono essere resi innocui. Ma non basta. Solo la soluzione delle controversie internazionali, con la pacificazione di tutto il Medio Oriente e l’ottenimento dell’autodeterminazione dei vari popoli che vivono in quell’area, con una diffusa giustizia sociale e un normale benessere, può ottenere il risultato di fare terra bruciata attorno ai gruppi terroristici.

Togliere consenso. Disattivare il cortocircuito della contrapposizione fra noi e loro, fra Occidente e Islam. Così è stato per il terrorismo rosso e nero degli anni di piombo in Italia, e così è stato per il terrorismo dell’IRA in Irlanda del Nord. Altrimenti, si rischia che i fondamentalisti, pur sconfitti sul campo in Iraq e in Siria, arrivino al potere democraticamente, attraverso le elezioni politiche, in uno o in più Stati del Medio Oriente. E allora bisognerebbe ricominciare da capo.

«Dev’esserci qualcosa di sbagliato nel cervello di quelli che trovano gloriosa o eccitante la guerra. Non è nulla di glorioso, nulla di eccitante, è solo una sporca tragedia sulla quale non puoi che piangere. Piangi a quello cui negasti una sigaretta e non è tornato con la pattuglia; piangi su quello che hai rimproverato e ti s’è disintegrato davanti; piangi su lui che ha ammazzato i tuoi amici»
Oriana Fallaci, ai tempi di Niente e così sia (1969)


Per approfondire:
E. Scarpanti, Questo non è Islam, 2016.

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Buona Epifania, tra la Befana e Andrea Mantegna

Re-Magi

Un augurio di buona Epifania a tutti. E che, come è sempre stato, la festa che “tutte le feste si porta via” cancelli anche gli affanni, le preoccupazioni e i malanni dell’anno passato. La parola epifania, presa direttamente dal greco, significa “farsi vedere, mostrarsi” e indica proprio il momento in cui il piccolo Gesù Bambino si mostra ai misteriosi Re Magi venuti dall’Oriente, che vediamo qui raffigurati nella straordinaria tavola di Andrea Mantegna oggi al Getty Museum di Malibù. Dalla stessa parola epifania deriva, attraverso befanìa, anche la nostra Befana. Come quasi tutte le ricorrenze cristiane, anche l’Epifania del resto ha origini molto più antiche, che risalgono al mondo pagano e agli albori della civiltà.

La notte fra il 5 e il 6 gennaio, per tutti noi appunto la vigilia dell’Epifania e il momento magico del passaggio della Befana, era infatti la dodicesima notte dal solstizio d’inverno e poi dal 25 dicembre, Natale. È la stessa notte che ha ispirato a William Shakespeare la sua celebre commedia Twelfth Night, appunto la Dodicesima notte. Era la notte in cui visivamente la luce della futura primavera ricominciava ad avere il sopravvento, giorno dopo giorno, sulle tenebre dell’inverno ormai in declino. Era una notte magica, in cui vigeva una sorta di “mondo sottosopra”: nelle case si preparava una ciambella in cui era nascosta una sorpresa, un fagiolo o un nìnnolo, o addirittura una statuina di un Re Magio (o Mago); chi la trovava, veniva eletto “Re per una notte”.

Ma il significato dell’Epifania, nel mondo cristiano, diventa ancora più vasto. Ed è straordinariamente rappresentato da un’opera d’arte tanto misteriosa quanto affascinante: l’Adorazione dei Magi di Andrea Mantegna (1500 ca.), oggi conservata al Getty Museum di Malibù che la acquistò, negli anni Ottanta, a una cifra astronomica in un’asta particolarmente movimentata. E ci fu persino chi dubitò della sua autenticità, dato che si tratta di un dipinto di cui si sa pochissimo. Ma, come sempre in Mantegna, è un dipinto parlante.

In una tavola piena e affollata, i tre Re Magi quasi si accalcano per rendere omaggio a Gesù Bambino. L’anziano Gasparre, chinato, gli porge l’oro, simbolo della regalità, in una preziosa coppetta in ceramica bianca e blu, reggendolo con la sua mano adorna di un anello di rubini rossi come il sangue. Melchiorre, di rosso vestito, avanza con in mano una pisside per l’incenso, simbolo della divinità, di un diaspro altrettanto rosso. Baldassarre infine, con un turbante rosso e un incredibile orecchino, rosso pure lui, dona al bambino un vaso di alabastro con la mirra, simbolo dell’unzione per i defunti e presagio di ciò che a quel bambino dovrà accadere. Così come un presagio è l’onnipresente rosso, colore del sangue. Gesù Bambino, bellissimo ma serissimo, vestito come un Maestro ebraico della Legge, accetta i doni e li benedice. Sua madre Maria, unica eccezione, è vestita di giallo, il colore del Popolo di Israele. Ma la cosa che più colpisce lo spettatore è lo sguardo dei Magi: nessuno dei tre Re sembra guardare il Bambino.

Tutti, nella tavola del Mantegna, guardano oltre. Perché l’Epifania è proprio questo: è la dodicesima notte, in cui si guarda avanti e non si guarda più indietro. In cui il mondo “si gira” e tutto diventa possibile. Senza dimenticare che tutti i soggetti raffigurati – Gesù bambino, Giuseppe, Maria e i tre Re – in quel momento erano ufficialmente profughi, che si preparavano a lasciare la loro terra a causa della persecuzione di Erode. E anche questo fa parte del mondo “sottosopra”, così come della nostra attualità.

E la Befana? Non ce la siamo dimenticata. L’anno appena terminato, simboleggiato da una vecchierella su una scopa, vola via per sempre e. prima di scomparire. lascia regali ai bimbi buoni e carbone a quelli cattivi. Nel corso del Medioevo ha assunto le fattezze, in realtà, di una strega e in effetti in molti paesi finisce bruciata in un grande falò, che nelle campagne mantovane prende il nome di burièl. Tradizione vuole che la vecchierella sia ancora la stessa che, una fredda notte di gennaio, aveva dato ospitalità proprio ai Re Magi, ma che poi si era rifiutata di seguirli sino a Betlemme: pentita, uscita scalza nella fretta, iniziò a rincorrerli senza darsi pace… e non ha ancora smesso.