Buona Epifania, tra la Befana e Andrea Mantegna

Re-Magi

Un augurio di buona Epifania a tutti. E che, come è sempre stato, la festa che “tutte le feste si porta via” cancelli anche gli affanni, le preoccupazioni e i malanni dell’anno passato. La parola epifania, presa direttamente dal greco, significa “farsi vedere, mostrarsi” e indica proprio il momento in cui il piccolo Gesù Bambino si mostra ai misteriosi Re Magi venuti dall’Oriente, che vediamo qui raffigurati nella straordinaria tavola di Andrea Mantegna oggi al Getty Museum di Malibù. Dalla stessa parola epifania deriva, attraverso befanìa, anche la nostra Befana. Come quasi tutte le ricorrenze cristiane, anche l’Epifania del resto ha origini molto più antiche, che risalgono al mondo pagano e agli albori della civiltà.

La notte fra il 5 e il 6 gennaio, per tutti noi appunto la vigilia dell’Epifania e il momento magico del passaggio della Befana, era infatti la dodicesima notte dal solstizio d’inverno e poi dal 25 dicembre, Natale. È la stessa notte che ha ispirato a William Shakespeare la sua celebre commedia Twelfth Night, appunto la Dodicesima notte. Era la notte in cui visivamente la luce della futura primavera ricominciava ad avere il sopravvento, giorno dopo giorno, sulle tenebre dell’inverno ormai in declino. Era una notte magica, in cui vigeva una sorta di “mondo sottosopra”: nelle case si preparava una ciambella in cui era nascosta una sorpresa, un fagiolo o un nìnnolo, o addirittura una statuina di un Re Magio (o Mago); chi la trovava, veniva eletto “Re per una notte”.

Ma il significato dell’Epifania, nel mondo cristiano, diventa ancora più vasto. Ed è straordinariamente rappresentato da un’opera d’arte tanto misteriosa quanto affascinante: l’Adorazione dei Magi di Andrea Mantegna (1500 ca.), oggi conservata al Getty Museum di Malibù che la acquistò, negli anni Ottanta, a una cifra astronomica in un’asta particolarmente movimentata. E ci fu persino chi dubitò della sua autenticità, dato che si tratta di un dipinto di cui si sa pochissimo. Ma, come sempre in Mantegna, è un dipinto parlante.

In una tavola piena e affollata, i tre Re Magi quasi si accalcano per rendere omaggio a Gesù Bambino. L’anziano Gasparre, chinato, gli porge l’oro, simbolo della regalità, in una preziosa coppetta in ceramica bianca e blu, reggendolo con la sua mano adorna di un anello di rubini rossi come il sangue. Melchiorre, di rosso vestito, avanza con in mano una pisside per l’incenso, simbolo della divinità, di un diaspro altrettanto rosso. Baldassarre infine, con un turbante rosso e un incredibile orecchino, rosso pure lui, dona al bambino un vaso di alabastro con la mirra, simbolo dell’unzione per i defunti e presagio di ciò che a quel bambino dovrà accadere. Così come un presagio è l’onnipresente rosso, colore del sangue. Gesù Bambino, bellissimo ma serissimo, vestito come un Maestro ebraico della Legge, accetta i doni e li benedice. Sua madre Maria, unica eccezione, è vestita di giallo, il colore del Popolo di Israele. Ma la cosa che più colpisce lo spettatore è lo sguardo dei Magi: nessuno dei tre Re sembra guardare il Bambino.

Tutti, nella tavola del Mantegna, guardano oltre. Perché l’Epifania è proprio questo: è la dodicesima notte, in cui si guarda avanti e non si guarda più indietro. In cui il mondo “si gira” e tutto diventa possibile. Senza dimenticare che tutti i soggetti raffigurati – Gesù bambino, Giuseppe, Maria e i tre Re – in quel momento erano ufficialmente profughi, che si preparavano a lasciare la loro terra a causa della persecuzione di Erode. E anche questo fa parte del mondo “sottosopra”, così come della nostra attualità.

E la Befana? Non ce la siamo dimenticata. L’anno appena terminato, simboleggiato da una vecchierella su una scopa, vola via per sempre e. prima di scomparire. lascia regali ai bimbi buoni e carbone a quelli cattivi. Nel corso del Medioevo ha assunto le fattezze, in realtà, di una strega e in effetti in molti paesi finisce bruciata in un grande falò, che nelle campagne mantovane prende il nome di burièl. Tradizione vuole che la vecchierella sia ancora la stessa che, una fredda notte di gennaio, aveva dato ospitalità proprio ai Re Magi, ma che poi si era rifiutata di seguirli sino a Betlemme: pentita, uscita scalza nella fretta, iniziò a rincorrerli senza darsi pace… e non ha ancora smesso.

 

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La donna nell’Islam: mito e realtà

muslim-women-demographic-jihadPiù un’immagine si ripete, insistentemente, più essa finisce per imprimersi in maniera indelebile nei nostri occhi. E chi si occupa di propaganda lo sa benissimo. Lo sanno fin troppo bene i militanti dell’ISIS, del sedicente Califfato di al-Baghdadi in Siria e in Iraq, così come a loro tempo lo sapevano bene i loro colleghi Talebani in Afghanistan. Costoro non perdono occasione per ribadire, con le parole e purtroppo ancor di più con i fatti, chi sono i loro nemici. I nemici ovviamente sono i Cristiani, gli infedeli, e tutti quanti i “diversi” e, fra questi, un posto speciale spetta alle donne.

La donna, sotto il Califfato dell’ISIS oppure sotto i Talebani, è considerata esattamente alla stregua dell’Untermensch teorizzato dal Nazismo hitleriano: un essere sub-umano, un animale parlante, che deve assistere il guerriero (maschio), dargli piacere, dargli figli (possibilmente maschi come lui), dargli – in ultima analisi – la sua stessa vita. Devotamente, silenziosamente e senza incontrare gli sguardi di altri uomini, velata, coperta, sotto un burqa o, se si ribella, sotto un mucchio di pietre. Il terrorista dell’ISIS giustifica questa autentica segregazione razziale con il Corano e con la parola del Profeta. Ma, come spesso avviene, dietro ogni estremismo radicale si nasconde una bugia altrettanto radicale.

Sì, perché nel Corano, nella parola di Dio raccolta dal profeta Maometto, non c’è nulla di tutto questo. Il Corano infatti non fa altro che raccogliere e rielaborare una lunghissima tradizione teologica che parte dalla fede nel Dio di Abramo, nella Torah – sì, proprio in quella stessa Torah del popolo di Israele – e nella rivelazione successiva contenuta niente meno che nei Vangeli, riassunta nella vita di quello che i Musulmani considerano il loro secondo più grande profeta: Gesù, figlio di Maria. In questo senso il Corano è il terzo libro delle tre grandi religioni monoteistiche che venerano l’unico, comune Dio di Abramo, cioè Ebraismo, Cristianesimo e Islam, le cosiddette “religioni del Libro”.

E la donna? Ebbene, secondo il Corano essa è un individuo non subordinato, ma pari all’uomo, dotato di ogni diritto, persino quello – non contemplato nella tradizione ebraica – di possedere beni e ricchezze e di poterne disporre liberamente. Nel testo del Corano la prima parola che si riserva alla donna è “amore”, insieme a “rispetto”: «Fa parte dei segni di Dio l’aver creato per voi delle spose, affinché riposiate presso di loro, e ha stabilito tra voi amore e rispetto» (Corano XXX, 21).

La parità con l’uomo è assoluta e discende dall’atto della creazione di Dio, lo stesso narrato nella Genesi: «Dio vi creò da una persona sola (…). Rispettate le viscere che vi hanno portato, perché Dio è sopra di voi e vi osserva» (Corano IV, 1-2). Tale parità di diritti è sancita anche dalle regole relative al divorzio, le quali vigilano sull’integrità del patrimonio della moglie dopo che essa si è separata dal marito (cfr. Corano II, 226-237; ecc.). È chiaro quindi che qualcuno ci sta ingannando: sono i cosiddetti “cattivi maestri” del terrorismo islamista, ai quali conviene non far trasparire quanto la loro concezione della donna sia anti-islamica.

Ma allora che senso hanno il velo, il semplice fazzoletto in testa, la sciarpa di seta, sino al burqa che in Afghanistan seppellisce le donne in loro stesse? Nella maggior parte del mondo islamico il velo è una semplice tradizione, che non è segnata da uno stigma sociale di prevaricazione, tranne appunto che in quelle aree – purtroppo sempre più vaste – nelle quali gli estremisti impongono la loro versione allucinata e falsa della legge islamica. In realtà nel Corano l’unica prescrizione presente è quella di non andare a spasso nudi, ma di mettersi essenzialmente… le mutande: «Di’ ai credenti che coprano i loro genitali; e alle credenti che coprano anch’esse i loro genitali e non mostrino troppo i loro seni, se non quanto di fuori appare, e li coprano con un velo» (Corano XXIV, 30-31). Ovviamente oggi la “legge”, cioè la Sharia, non comprende il solo Corano (il quale comunque costituisce l’autorità definitiva): la successiva tradizione, nell’arco di quattordici secoli di Islam, ha precisato, chiosato e talvolta stravolto le indicazioni originarie, a seconda degli usi e costumi dei singoli popoli dove la parola del Profeta veniva diffusa, fissandole in migliaia e migliaia di “detti del Profeta”, chiamati hadith. Così in molte culture locali le prescrizioni riguardanti le donne, la loro vita e il loro stesso abbigliamento sono diventate sempre più restrittive e – a ben vedere – sempre più lontane dallo spirito del Corano.

Non facciamoci ingannare, dunque, da chi cerca di propagandare a suo vantaggio una interpretazione falsa della teologia islamica. Rileggiamo le fonti autentiche. Controlliamo e ricontrolliamo. Perché l’idea dell’Islam intrinsecamente violento e antifemminista – che è totalmente opposta al messaggio del Corano – fa comodo a molti, in Oriente, ai terroristi islamisti, così come in Occidente, a chi è alla ricerca di facili consensi. Però non insultino la nostra intelligenza: basta saper leggere.

 

 

I nostri antenati? Più piccini del previsto… (forza piccoli!)

TOP PRIMATE

Forse è uno dei motivi per cui ci piacciono tanto i cuccioli, i gattini, le scimmiette o i cagnolini… Perché in noi c’è qualcosa di una scimmietta vissuta circa 12 milioni di anni fa. Siamo geneticamente cugini, anzi, cuginetti…

La scoperta viene dalla Spagna, riassume scavi e studi iniziati nel 2011 ed è stata appena pubblicata su Science. La nuova scimmietta si chiama Pilobates cataloniae e non doveva pesare più di 5 chilogrammi. La scoperta è importante perché sino ad ora si pensava che le scimmie più antiche e più vicine agli ominidi fossero di grandi dimensioni, così come i gorilla, gli scimpanzè o gli oranghi odierni… e come gli esseri umani. Invece no, una delle scimmie più antiche e dalle caratteristiche più vicine agli uomini era proprio un “soldo di cacio”.

Una bella rivincita per i “piccoletti”, dunque. Perché ciò significa che il misterioso anello mancante fra scimmie e ominidi, dal quale tutti discendiamo – “anello” che, si badi bene, non è stato ancora ritrovato – doveva essere molto più piccolo di quanto sin qui si è ipotizzato, e più simile a un gibbone o a una scimmietta urlatrice (!) che non a un grosso ominide.

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La ricerca dell’antenato comune dunque continua, ma nel frattempo l’identikit dell’indiziato è molto cambiato. Ora si cerca un piccoletto…

Le tre “I”: quando ignoranza e insensibilità fanno l’infelicità

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Ninive. L’antica capitale del regno assiro, scrigno di tesori archeologici di inestimabile valore e una delle culle della Civiltà. Nel video che circola da ieri in rete, girato proprio nel Museo di Ninive, alcuni militanti dello Stato Islamico si dedicano con perizia a distruggere e smantellare statue, bassorilievi e reperti di ogni genere. Un simpatico personaggio si mette al lavoro persino con un martello pneumatico.

La prima osservazione è da capitalista occidentale: sul mercato nero internazionale dell’arte qualunque pezzo di quel Museo avrebbe fruttato una cifra tale da sovvenzionare l’acquisto di armi allo Stato Islamico per molti mesi. Quindi, complimenti per l’acume economico. Ma ovviamente quello che interessa ai militanti è il messaggio, anche se è un messaggio molto “dispendioso”.

La seconda osservazione è invece questa. Molte volte, nella storia recente e passata, si è assistito a esempi simili di ignoranza e di insensibilità: quest’ultima intesa come “incapacità assoluta di provare sentimenti condivisi dalla maggior parte degli altri esseri umani”, quello che etimologicamente si definisce anche “antipatia”, cioè il contrario di “simpatia”. Ignoranti erano i talebani afghani quando distruggevano le statue colossali del Buddha, e insensibili lo erano quando si divertivano a lapidare quotidianamente i loro concittadini nello stadio di Kabul. Ignoranti erano i giovani hitleriani quando, a Berlino, bruciavano allegramente i loro stessi libri, e insensibili lo erano quando, poco dopo, passavano a bruciare esseri umani innocenti. Lo stesso hanno fatto i seguaci di Pol Pot in Cambogia e tanti altri ancora… E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma in tutti i casi ciò che salta all’occhio è questo: nessuno dei predetti personaggi – militanti islamici, talebani, giovani hitleriani o seguaci di Pol Pot – ne ha ottenuto, a quanto è dato di vedere, nemmeno un po’ di felicità. Sembra una maledizione, la “maledizione delle tre I”: ignoranza e insensibilità vanno a braccetto con l’infelicità. O forse è una benedizione?

Tra hooligans e ISIS: quando la tribù chiama, di chi è la colpa?

MATABELE/CALL TO ARMSGli antropologi ci insegnano che una tribù consiste semplicemente in un gruppo di persone omogeneo per cultura, per origine, per linguaggio e soprattutto per scopo. Non importa che la tribù viva unita: l’omogeneità territoriale non sembra essere il dato fondamentale. Non importa neppure che la tribù sia più o meno numerosa. L’importante è che tutti i membri della tribù vogliano fermamente la stessa cosa.

Gli scopi della tribù possono essere perfettamente pacifici: trovare cibo a sufficienza per l’inverno, commerciare con altre tribù, andare a zonzo a cercare mogli, farsi una birra con gli amici. Oppure possono essere altrettanto perfettamente bellicosi: annientare un’altra tribù che minaccia le nostre risorse, razziare un villaggio vicino, e via dicendo. In ogni caso, tutto si fa per il bene della tribù. A volte la tribù cresce e diventa uno Stato, ma – grande o piccola che sia – essa avrà sempre un capo, che insegna alla tribù qual è il bene e quale il male.

Nel XX secolo le tribù – in questo caso le “grandi tribù” – sono arrivate a un tal punto di massacro reciproco che hanno convenuto di istituire una specie di consiglio degli anziani, che avesse lo scopo di discutere e di trovare una soluzione pacifica a tutti i conflitti futuri fra le tribù stesse. L’hanno chiamato ONU. Nonostante ciò, tribù grandi, piccole e minuscole hanno per lo più continuato a massacrarsi a vicenda per qualunque questione, salvo pochi casi fortunati.

Tribù piccole, come gli hooligans del Feyenoord che si divertono a devastare Roma. Tribù più vaste e geograficamente diffuse, come i militanti dell’ISIS che trattano chiunque non faccia parte della tribù come carne da macello. Tribù organizzate in uno Stato, come Russi e Ucraini che dimostrano che anche in Europa la storia non ha memoria.

Qualcuno pensa che ciò non sia colpa di nessuno: è l’animo umano. E in effetti la tribù che c’è in noi riappare ogni volta che qualcuno ci ruba il parcheggio, o ci passa davanti in coda alle Poste. Sì, certo. Ma qualcuno ci ha insegnato che in questi casi dobbiamo fermarci un attimo e calmarci, senza brandire un’arma e assalire fisicamente l’avversario. Si può risolvere qualunque problema discutendo. Ce lo ha insegnato il capo-tribù: prima nostro padre, poi il nostro professore e poi chi rappresenta l’autorità. Quando ciò non accade, la colpa effettivamente non è tutta della tribù…  c’è in realtà qualcuno che ha più colpa degli altri, perché ha più responsabilità: è proprio il capo-tribù.

Gli apicoltori sanno bene che, per rendere innocuo un alveare di api pericolose, è sufficiente sostituire l’ape regina con un’altra regina di una specie più pacifica. L’alveare immediatamente si calma, si placa, e ricomincia a fare il suo dovere di tribù: raccogliere polline, fare miele, allevare piccole api. Ebbene, siamo proprio sicuri che capi-tribù e api regine attualmente al potere siano quanto di meglio l’umanità può esprimere?