I nostri antenati? Più piccini del previsto… (forza piccoli!)

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Forse è uno dei motivi per cui ci piacciono tanto i cuccioli, i gattini, le scimmiette o i cagnolini… Perché in noi c’è qualcosa di una scimmietta vissuta circa 12 milioni di anni fa. Siamo geneticamente cugini, anzi, cuginetti…

La scoperta viene dalla Spagna, riassume scavi e studi iniziati nel 2011 ed è stata appena pubblicata su Science. La nuova scimmietta si chiama Pilobates cataloniae e non doveva pesare più di 5 chilogrammi. La scoperta è importante perché sino ad ora si pensava che le scimmie più antiche e più vicine agli ominidi fossero di grandi dimensioni, così come i gorilla, gli scimpanzè o gli oranghi odierni… e come gli esseri umani. Invece no, una delle scimmie più antiche e dalle caratteristiche più vicine agli uomini era proprio un “soldo di cacio”.

Una bella rivincita per i “piccoletti”, dunque. Perché ciò significa che il misterioso anello mancante fra scimmie e ominidi, dal quale tutti discendiamo – “anello” che, si badi bene, non è stato ancora ritrovato – doveva essere molto più piccolo di quanto sin qui si è ipotizzato, e più simile a un gibbone o a una scimmietta urlatrice (!) che non a un grosso ominide.

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La ricerca dell’antenato comune dunque continua, ma nel frattempo l’identikit dell’indiziato è molto cambiato. Ora si cerca un piccoletto…

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Tornare a casa loro? Facciamo un esperimento…

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Nell’immagine si vede una bella cartolina da Kobane, una tranquilla cittadina adagiata sulle colline all’estremo nord della Siria, al confine con la Turchia. Per i rifugiati siriani, Kobane è “casa loro”. Abitata dalla minoranza curda e da armeni cristiani, conta (o meglio, contava) circa 50.000 abitanti, un po’ come Mantova o Lodi in Lombardia. Si tratta di una città recente, nata attorno al 1915 come stazione della Ferrovia Berlino-Baghdad che una società tedesca stava costruendo proprio in quegli anni; poi è stata a lungo amministrata dai Francesi. Nota di colore: Kobane è gemellata con Napoli e con il VII Municipio di Roma. Peccato che Kobane non sia in Italia, ma in Siria… e che oggi sia un ammasso di macerie.

Per chi non lo sapesse, in Siria dura ormai da oltre quattro anni una tragica guerra civile che ha provocato circa 400.000 morti  e che ha obbligato 8 milioni di cittadini – cioè il 50% della popolazione complessiva – ad abbandonare le proprie case: circa 4 milioni si sono rifugiati all’estero. Di questi, in realtà solo il 5% si dirige in Europa, mentre la maggioranza si è fermata nei campi profughi in Turchia, Libano e Giordania. Si scappa perché in città comanda l’ISI, che taglia le teste, impone una versione allucinata della Legge Islamica e requisisce bimbi e ragazze per gli usi che purtroppo ormai ben si conoscono. Ma ora facciamo un esperimento.

Chiudiamo gli occhi e immaginiamo che l’Italia sia sottoposta da anni a una sanguinosa guerra civile. Non è fantascienza, è già successo esattamente settant’anni fa. Immaginiamo poi che anche qui arrivi l’ISI (che, se potesse, non si tirerebbe indietro), imponendo alla popolazione inerme le sue abominevoli leggi. Immaginiamo, infine, che anche in Italia la metà della popolazione sia costretta a emigrare, a piedi, attraverso i valichi alpini verso la Francia e l’Austria e su barconi verso le coste spagnole e francesi. Forse, se la Confederazione lo permette, anche in Svizzera, attraverso Dongo e il Lago di Como. Anche questo non è fantascienza, è già successo: soltanto tra il 1870 e il 1900 erano già emigrati 15 milioni di italiani, rispetto a una popolazione che allora era di circa 30 milioni. Si scappava, allora, dalla miseria e non dalla guerra civile, ma il risultato era lo stesso. E il mondo ci ha accolti.

Vogliamo davvero, come dice Salvini, che i rifugiati “tornino a casa loro”? Milioni di nostri nonni aspettano la nostra risposta. La loro valigia di cartone sta ancora lì, in una soffitta di New York o di Buenos Aires. Rispedire a casa i profughi di Kobane sarebbe come rispedire al mittente quella valigia, impolverata, nel nostro bel salotto di casa. La visualizzate, fra il televisore al plasma e il divano?

Il pifferaio magico… al contrario

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Il suo vero nome non è noto, ma fra gli yazidi tutti lo chiamano Abu Shujaa, cioè “Padre Coraggio”. Di lavoro una volta faceva il commerciante. Ora fa il pifferaio magico… al contrario.

Abu Shujaa, grazie a una rete di collaboratori volontari, libera bambini e donne che sono stati oggetto di rapimento da parte dell’Isis. «In un anno abbiamo liberato 270 prigionieri», dice a Marta Serafini che l’ha intervistato per il Corriere della Sera.

Chi non viene liberato dal pifferaio magico, cosa rischia? «I bambini tra i 5 e i 10 anni vengono sottratti ai genitori – dice Abu Shujaa – e portati nelle scuole islamiche; subiscono un vero e proprio lavaggio del cervello. Quelli tra i 10 e 15 anni invece finiscono al cosiddetto Istituto Al-Farouq a Raqqa (molti video di propaganda di Isis hanno mostrato questo campo, ndr.), una ex scuola trasformata in campo di addestramento. Qui i ragazzini imparano l’uso delle armi e degli esplosivi. Li addestrano anche a preparare le trappole esplosive e a usare le cinture per gli attentati kamikaze». Le bambine, invece, sono riutilizzate per altri scopi.

Il moderno “Padre Coraggio” è in effetti un pifferaio al contrario: o meglio, gli uomini dell’Isis sono dei veri e propri pifferai. La storia del Pifferaio magico – o Pifferaio di Hameln – è ambientata nel 1284 ad Hameln, in Bassa Sassonia. Un uomo con un piffero arriva in città, per liberarla dai ratti. Dietro promessa di un lauto pagamento, inizia a suonare e i ratti, incantati, lo seguono sino al fiume Weser, dove annegano tutti. Ma i cittadini decidono  di non pagare il Pifferaio. Questi, per vendetta, ricomincia a suonare. Centotrenta bambini lo seguono in campagna e vengono rinchiusi in una caverna; nella maggior parte delle versioni, come quella dei fratelli Grimm, non sopravvive nessun bambino, oppure se ne salva uno che, zoppo, non era riuscito a tenere il passo dei compagni. Fatte le opportune differenze, Iraq e Sassonia non sono poi tanto diversi.

Salvini: il verde, il nero e la pericolosità dell’uomo normale

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Tra le gradite visite alla nostra città, negli ultimi giorni, c’è stata quella di Matteo Salvini. Parlamentare europeo e segretario federale della Lega Nord, Salvini è venuto a Mantova, dopo una tappa a Viadana, per sostenere la candidatura a Sindaco di Paola Bulbarelli.

Ora, Matteo Salvini è un uomo normale. E infatti a Viadana ha dichiarato: «Un Paese normale prima si preoccupa dei suoi cittadini (…). Vogliamo essere un Paese normale. Con quattro milioni di disoccupati, è chiaro che non possiamo accogliere duecentomila clandestini». Chiaro, normale. Matteo Salvini difende le minoranze. E per l’appunto a Mantova dichiara: «C’è chi difende Africani e Rom, noi preferiamo difendere coloro che rischiano di diventare una minoranza: gli Italiani».

Ma c’è una cosa che Salvini a Mantova non ha detto, almeno esplicitamente. Dal dicembre del 2013, quando ha sonoramente battuto alle primarie del suo partito niente meno che il…

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Chi sarà sindaco (chiunque sia), sa chi è il sindaco?

300_(film)A volte le parole della nostra lingua hanno un significato segreto, intimo e invisibile all’esterno, che però spiega tante cose. Perché le parole sono figlie della storia e degli uomini che le hanno pronunciate. La parola di cui vorrei parlarvi oggi è sindaco.

Ebbene, come è noto, molti secoli or sono la città di Atene aveva sviluppato il primo governo democratico della storia: aveva, di fatto, “inventato” la democrazia. Dopo aver sconfitto militarmente nemici potentissimi, primi fra tutti i Persiani, gli Ateniesi fecero però una scelta infelice, schierandosi contro la città di Sparta. Come sa bene chi ha visto il film 300, gli Spartani erano gente assai pericolosa, abituata a dormire con la spada sotto il cuscino. Atene infatti venne sonoramente sconfitta e i vincitori si preoccuparono subito di fare due cose: distruggere le mura della città, per lasciarla “in mutande” in caso di futuri scontri, e abolire la democrazia, instaurando il regime dei Trenta tiranni. Se un solo tiranno è già spiacevole, figuriamoci trenta. I nuovi padroni di Atene non persero tempo e iniziarono a far giustiziare gli oppositori e a creare un diffuso clima di terrore.

Dopo otto mesi fortunatamente il regime autoritario fu rovesciato e furono scelti alcuni cittadini, indicati per la prima volta con la parola greca syndikoi: una parola formata da syn, che significa “assieme”, e da dike, cioè “giustizia”. Questi erano cittadini noti per la loro onestà, che avevano il compito di restituire ai legittimi proprietari i beni confiscati dai Trenta tiranni, di rimettere a posto i conti pubblici e di vegliare sulla rinata democrazia. Quindi erano  “difensori della giustizia, dei cittadini e della democrazia”, dei sindaci appunto, che ogni giorno stavano in attento ascolto degli uomini e delle donne di Atene, delle loro esigenze, e che si distinguevono per la reciproca concordia.

Dunque il ruolo del sindaco – non a caso – è nato come contrapposizione a un fosco periodo di oppressione e di dittatura, proprio come, nel nostro Paese e in anni ben più recenti, sono nate la Costituzione e la stessa Repubblica. Sarebbe bello se gli odierni candidati alla posizione di sindaco si ricordassero, in tempi di campagna elettorale e anche in seguito, dove e come è nato l’alto ruolo che essi si propongono di assumere e che, di conseguenza, vivessero anche questo momento di contrapposizione elettorale senza perdere di vista il fatto che il sindaco resta ancora oggi il difensore del cittadino e della democrazia e, ugualmente, senza dimenticare la reciproca concordia degli antichi sindaci ateniesi. Una concordia discors (concordia nella discordia), certamente, ma questa è un’altra storia che qui non c’è spazio per raccontare.

Le tre “I”: quando ignoranza e insensibilità fanno l’infelicità

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Ninive. L’antica capitale del regno assiro, scrigno di tesori archeologici di inestimabile valore e una delle culle della Civiltà. Nel video che circola da ieri in rete, girato proprio nel Museo di Ninive, alcuni militanti dello Stato Islamico si dedicano con perizia a distruggere e smantellare statue, bassorilievi e reperti di ogni genere. Un simpatico personaggio si mette al lavoro persino con un martello pneumatico.

La prima osservazione è da capitalista occidentale: sul mercato nero internazionale dell’arte qualunque pezzo di quel Museo avrebbe fruttato una cifra tale da sovvenzionare l’acquisto di armi allo Stato Islamico per molti mesi. Quindi, complimenti per l’acume economico. Ma ovviamente quello che interessa ai militanti è il messaggio, anche se è un messaggio molto “dispendioso”.

La seconda osservazione è invece questa. Molte volte, nella storia recente e passata, si è assistito a esempi simili di ignoranza e di insensibilità: quest’ultima intesa come “incapacità assoluta di provare sentimenti condivisi dalla maggior parte degli altri esseri umani”, quello che etimologicamente si definisce anche “antipatia”, cioè il contrario di “simpatia”. Ignoranti erano i talebani afghani quando distruggevano le statue colossali del Buddha, e insensibili lo erano quando si divertivano a lapidare quotidianamente i loro concittadini nello stadio di Kabul. Ignoranti erano i giovani hitleriani quando, a Berlino, bruciavano allegramente i loro stessi libri, e insensibili lo erano quando, poco dopo, passavano a bruciare esseri umani innocenti. Lo stesso hanno fatto i seguaci di Pol Pot in Cambogia e tanti altri ancora… E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma in tutti i casi ciò che salta all’occhio è questo: nessuno dei predetti personaggi – militanti islamici, talebani, giovani hitleriani o seguaci di Pol Pot – ne ha ottenuto, a quanto è dato di vedere, nemmeno un po’ di felicità. Sembra una maledizione, la “maledizione delle tre I”: ignoranza e insensibilità vanno a braccetto con l’infelicità. O forse è una benedizione?

Tra hooligans e ISIS: quando la tribù chiama, di chi è la colpa?

MATABELE/CALL TO ARMSGli antropologi ci insegnano che una tribù consiste semplicemente in un gruppo di persone omogeneo per cultura, per origine, per linguaggio e soprattutto per scopo. Non importa che la tribù viva unita: l’omogeneità territoriale non sembra essere il dato fondamentale. Non importa neppure che la tribù sia più o meno numerosa. L’importante è che tutti i membri della tribù vogliano fermamente la stessa cosa.

Gli scopi della tribù possono essere perfettamente pacifici: trovare cibo a sufficienza per l’inverno, commerciare con altre tribù, andare a zonzo a cercare mogli, farsi una birra con gli amici. Oppure possono essere altrettanto perfettamente bellicosi: annientare un’altra tribù che minaccia le nostre risorse, razziare un villaggio vicino, e via dicendo. In ogni caso, tutto si fa per il bene della tribù. A volte la tribù cresce e diventa uno Stato, ma – grande o piccola che sia – essa avrà sempre un capo, che insegna alla tribù qual è il bene e quale il male.

Nel XX secolo le tribù – in questo caso le “grandi tribù” – sono arrivate a un tal punto di massacro reciproco che hanno convenuto di istituire una specie di consiglio degli anziani, che avesse lo scopo di discutere e di trovare una soluzione pacifica a tutti i conflitti futuri fra le tribù stesse. L’hanno chiamato ONU. Nonostante ciò, tribù grandi, piccole e minuscole hanno per lo più continuato a massacrarsi a vicenda per qualunque questione, salvo pochi casi fortunati.

Tribù piccole, come gli hooligans del Feyenoord che si divertono a devastare Roma. Tribù più vaste e geograficamente diffuse, come i militanti dell’ISIS che trattano chiunque non faccia parte della tribù come carne da macello. Tribù organizzate in uno Stato, come Russi e Ucraini che dimostrano che anche in Europa la storia non ha memoria.

Qualcuno pensa che ciò non sia colpa di nessuno: è l’animo umano. E in effetti la tribù che c’è in noi riappare ogni volta che qualcuno ci ruba il parcheggio, o ci passa davanti in coda alle Poste. Sì, certo. Ma qualcuno ci ha insegnato che in questi casi dobbiamo fermarci un attimo e calmarci, senza brandire un’arma e assalire fisicamente l’avversario. Si può risolvere qualunque problema discutendo. Ce lo ha insegnato il capo-tribù: prima nostro padre, poi il nostro professore e poi chi rappresenta l’autorità. Quando ciò non accade, la colpa effettivamente non è tutta della tribù…  c’è in realtà qualcuno che ha più colpa degli altri, perché ha più responsabilità: è proprio il capo-tribù.

Gli apicoltori sanno bene che, per rendere innocuo un alveare di api pericolose, è sufficiente sostituire l’ape regina con un’altra regina di una specie più pacifica. L’alveare immediatamente si calma, si placa, e ricomincia a fare il suo dovere di tribù: raccogliere polline, fare miele, allevare piccole api. Ebbene, siamo proprio sicuri che capi-tribù e api regine attualmente al potere siano quanto di meglio l’umanità può esprimere?