Mario Adinolfi e DJ Fabo: storia di due uomini diversi

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Questa è la storia di due uomini diversi fra loro. Uno si chiama Fabiano, l’altro Mario. Uomini come tanti altri, che uno strano destino ha fatto incontrare.

C’è, dunque, un primo uomo che si chiama Fabiano Antoniani, in arte “DJ Fabo”, che molti definiscono un “mago” della consolle. Classe 1977, milanese, Fabiano ama la musica e al ritmo della musica fa ballare tutti quanti, dalla sua postazione di DJ. Sino a quel maledetto incidente, che alcuni anni fa lo immobilizza completamente su un letto, gli impedisce di nutrirsi, di respirare autonomamente e infine gli ruba anche la vista. Da quel momento la vita, lentamente, diventa per Fabiano sempre più «intrisa di sofferenza e disperazione» – come egli stesso ha dichiarato – sino a risultare per lui del tutto insopportabile. Così Fabiano, insieme alla compagna che gli è sempre restata accanto, decide che per lui è arrivato il momento di andare incontro alla morte. Il premio Nobel per la letteratura Sully Prudhomme scrisse che «chi sa morire, non ha più padrone», e per Fabiano la morte è l’unico modo per liberarsi dalla schiavitù del dolore e della sofferenza.

Per una persona nelle condizioni di Fabiano ci sono molti modi per andarsene: basterebbe, ad esempio, spegnere le macchine dell’alimentazione forzata e della ventilazione e, debitamente sedato, DJ Fabo cesserebbe presto di vivere. Ma il nostro amico DJ non vuole infrangere la legge italiana né farla infrangere a chi lo assiste e quindi si sobbarca un ultimo viaggio in Svizzera, dove – del tutto legalmente – ottiene finalmente di morire, tramite il “suicidio assistito”. E fa tutto lui: con un ultimo sforzo, Fabiano morde il pulsante che libera nelle sue vene il farmaco letale. Ora DJ Fabo è libero e, per dirla con Prudhomme, «non ha più padrone».

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E poi c’è il secondo uomo, Mario Adinolfi. Classe 1971, romano, giornalista, “integralista cattolico” e fondatore del Popolo della famiglia. Mario è noto, fra le altre cose, per la sua forte avversione alle unioni omosessuali (e per aver dato del «frocetto» ad Alfonso Signorini), oltre che per aver dichiarato che in una famiglia sana la moglie deve essere «sottomessa al marito». Ebbene, subito dopo che Fabiano si è “liberato” dalla sua lunga sofferenza, Mario pubblica la seguente frase: «Hitler almeno i disabili li eliminava gratis». E qui evidentemente Mario Adinolfi mostra di non conoscere l’insegnamento di un altro tedesco, ben più intelligente di Adolf Hitler: si chiamava Ludwig Wittgenstein e, fra l’altro, ammoniva che «su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere».

Per una persona nelle condizioni di Mario ci sarebbero molti modi per tacere: basterebbe, ad esempio, considerare seriamente l’insegnamento di colui che lui sostiene di prendere come proprio esempio… ovvero Gesù Cristo. Un personaggio che non ha mai detto nulla contro le persone nelle condizioni di Fabiano, ma in compenso ha detto molte cose che dovrebbero spingere le persone come Mario a riflettere (cito a casaccio, sperando che non ci sia bisogno di essere più espliciti: «beati i misericordiosi», «ama il prossimo tuo come te stesso», «chi è senza peccato…», «la trave e la pagliuzza…»). Per chi crede, un personaggio che ha avuto il coraggio di restare sulla croce – e di morire – quando avrebbe potuto scendere e salvarsi. Un personaggio che, dunque, ha scelto di morire. Proprio come Fabiano.

Quindi, caro Mario, se puoi, cerca di fare la pace con Fabiano. Almeno adesso che sai che lui e il tuo “modello”, in fondo, non sono tanto lontani.

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