La donna nell’Islam: mito e realtà

muslim-women-demographic-jihadPiù un’immagine si ripete, insistentemente, più essa finisce per imprimersi in maniera indelebile nei nostri occhi. E chi si occupa di propaganda lo sa benissimo. Lo sanno fin troppo bene i militanti dell’ISIS, del sedicente Califfato di al-Baghdadi in Siria e in Iraq, così come a loro tempo lo sapevano bene i loro colleghi Talebani in Afghanistan. Costoro non perdono occasione per ribadire, con le parole e purtroppo ancor di più con i fatti, chi sono i loro nemici. I nemici ovviamente sono i Cristiani, gli infedeli, e tutti quanti i “diversi” e, fra questi, un posto speciale spetta alle donne.

La donna, sotto il Califfato dell’ISIS oppure sotto i Talebani, è considerata esattamente alla stregua dell’Untermensch teorizzato dal Nazismo hitleriano: un essere sub-umano, un animale parlante, che deve assistere il guerriero (maschio), dargli piacere, dargli figli (possibilmente maschi come lui), dargli – in ultima analisi – la sua stessa vita. Devotamente, silenziosamente e senza incontrare gli sguardi di altri uomini, velata, coperta, sotto un burqa o, se si ribella, sotto un mucchio di pietre. Il terrorista dell’ISIS giustifica questa autentica segregazione razziale con il Corano e con la parola del Profeta. Ma, come spesso avviene, dietro ogni estremismo radicale si nasconde una bugia altrettanto radicale.

Sì, perché nel Corano, nella parola di Dio raccolta dal profeta Maometto, non c’è nulla di tutto questo. Il Corano infatti non fa altro che raccogliere e rielaborare una lunghissima tradizione teologica che parte dalla fede nel Dio di Abramo, nella Torah – sì, proprio in quella stessa Torah del popolo di Israele – e nella rivelazione successiva contenuta niente meno che nei Vangeli, riassunta nella vita di quello che i Musulmani considerano il loro secondo più grande profeta: Gesù, figlio di Maria. In questo senso il Corano è il terzo libro delle tre grandi religioni monoteistiche che venerano l’unico, comune Dio di Abramo, cioè Ebraismo, Cristianesimo e Islam, le cosiddette “religioni del Libro”.

E la donna? Ebbene, secondo il Corano essa è un individuo non subordinato, ma pari all’uomo, dotato di ogni diritto, persino quello – non contemplato nella tradizione ebraica – di possedere beni e ricchezze e di poterne disporre liberamente. Nel testo del Corano la prima parola che si riserva alla donna è “amore”, insieme a “rispetto”: «Fa parte dei segni di Dio l’aver creato per voi delle spose, affinché riposiate presso di loro, e ha stabilito tra voi amore e rispetto» (Corano XXX, 21).

La parità con l’uomo è assoluta e discende dall’atto della creazione di Dio, lo stesso narrato nella Genesi: «Dio vi creò da una persona sola (…). Rispettate le viscere che vi hanno portato, perché Dio è sopra di voi e vi osserva» (Corano IV, 1-2). Tale parità di diritti è sancita anche dalle regole relative al divorzio, le quali vigilano sull’integrità del patrimonio della moglie dopo che essa si è separata dal marito (cfr. Corano II, 226-237; ecc.). È chiaro quindi che qualcuno ci sta ingannando: sono i cosiddetti “cattivi maestri” del terrorismo islamista, ai quali conviene non far trasparire quanto la loro concezione della donna sia anti-islamica.

Ma allora che senso hanno il velo, il semplice fazzoletto in testa, la sciarpa di seta, sino al burqa che in Afghanistan seppellisce le donne in loro stesse? Nella maggior parte del mondo islamico il velo è una semplice tradizione, che non è segnata da uno stigma sociale di prevaricazione, tranne appunto che in quelle aree – purtroppo sempre più vaste – nelle quali gli estremisti impongono la loro versione allucinata e falsa della legge islamica. In realtà nel Corano l’unica prescrizione presente è quella di non andare a spasso nudi, ma di mettersi essenzialmente… le mutande: «Di’ ai credenti che coprano i loro genitali; e alle credenti che coprano anch’esse i loro genitali e non mostrino troppo i loro seni, se non quanto di fuori appare, e li coprano con un velo» (Corano XXIV, 30-31). Ovviamente oggi la “legge”, cioè la Sharia, non comprende il solo Corano (il quale comunque costituisce l’autorità definitiva): la successiva tradizione, nell’arco di quattordici secoli di Islam, ha precisato, chiosato e talvolta stravolto le indicazioni originarie, a seconda degli usi e costumi dei singoli popoli dove la parola del Profeta veniva diffusa, fissandole in migliaia e migliaia di “detti del Profeta”, chiamati hadith. Così in molte culture locali le prescrizioni riguardanti le donne, la loro vita e il loro stesso abbigliamento sono diventate sempre più restrittive e – a ben vedere – sempre più lontane dallo spirito del Corano.

Non facciamoci ingannare, dunque, da chi cerca di propagandare a suo vantaggio una interpretazione falsa della teologia islamica. Rileggiamo le fonti autentiche. Controlliamo e ricontrolliamo. Perché l’idea dell’Islam intrinsecamente violento e antifemminista – che è totalmente opposta al messaggio del Corano – fa comodo a molti, in Oriente, ai terroristi islamisti, così come in Occidente, a chi è alla ricerca di facili consensi. Però non insultino la nostra intelligenza: basta saper leggere.

 

 

Annunci