Il pifferaio magico… al contrario

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Il suo vero nome non è noto, ma fra gli yazidi tutti lo chiamano Abu Shujaa, cioè “Padre Coraggio”. Di lavoro una volta faceva il commerciante. Ora fa il pifferaio magico… al contrario.

Abu Shujaa, grazie a una rete di collaboratori volontari, libera bambini e donne che sono stati oggetto di rapimento da parte dell’Isis. «In un anno abbiamo liberato 270 prigionieri», dice a Marta Serafini che l’ha intervistato per il Corriere della Sera.

Chi non viene liberato dal pifferaio magico, cosa rischia? «I bambini tra i 5 e i 10 anni vengono sottratti ai genitori – dice Abu Shujaa – e portati nelle scuole islamiche; subiscono un vero e proprio lavaggio del cervello. Quelli tra i 10 e 15 anni invece finiscono al cosiddetto Istituto Al-Farouq a Raqqa (molti video di propaganda di Isis hanno mostrato questo campo, ndr.), una ex scuola trasformata in campo di addestramento. Qui i ragazzini imparano l’uso delle armi e degli esplosivi. Li addestrano anche a preparare le trappole esplosive e a usare le cinture per gli attentati kamikaze». Le bambine, invece, sono riutilizzate per altri scopi.

Il moderno “Padre Coraggio” è in effetti un pifferaio al contrario: o meglio, gli uomini dell’Isis sono dei veri e propri pifferai. La storia del Pifferaio magico – o Pifferaio di Hameln – è ambientata nel 1284 ad Hameln, in Bassa Sassonia. Un uomo con un piffero arriva in città, per liberarla dai ratti. Dietro promessa di un lauto pagamento, inizia a suonare e i ratti, incantati, lo seguono sino al fiume Weser, dove annegano tutti. Ma i cittadini decidono  di non pagare il Pifferaio. Questi, per vendetta, ricomincia a suonare. Centotrenta bambini lo seguono in campagna e vengono rinchiusi in una caverna; nella maggior parte delle versioni, come quella dei fratelli Grimm, non sopravvive nessun bambino, oppure se ne salva uno che, zoppo, non era riuscito a tenere il passo dei compagni. Fatte le opportune differenze, Iraq e Sassonia non sono poi tanto diversi.

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