Le tre “I”: quando ignoranza e insensibilità fanno l’infelicità

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Ninive. L’antica capitale del regno assiro, scrigno di tesori archeologici di inestimabile valore e una delle culle della Civiltà. Nel video che circola da ieri in rete, girato proprio nel Museo di Ninive, alcuni militanti dello Stato Islamico si dedicano con perizia a distruggere e smantellare statue, bassorilievi e reperti di ogni genere. Un simpatico personaggio si mette al lavoro persino con un martello pneumatico.

La prima osservazione è da capitalista occidentale: sul mercato nero internazionale dell’arte qualunque pezzo di quel Museo avrebbe fruttato una cifra tale da sovvenzionare l’acquisto di armi allo Stato Islamico per molti mesi. Quindi, complimenti per l’acume economico. Ma ovviamente quello che interessa ai militanti è il messaggio, anche se è un messaggio molto “dispendioso”.

La seconda osservazione è invece questa. Molte volte, nella storia recente e passata, si è assistito a esempi simili di ignoranza e di insensibilità: quest’ultima intesa come “incapacità assoluta di provare sentimenti condivisi dalla maggior parte degli altri esseri umani”, quello che etimologicamente si definisce anche “antipatia”, cioè il contrario di “simpatia”. Ignoranti erano i talebani afghani quando distruggevano le statue colossali del Buddha, e insensibili lo erano quando si divertivano a lapidare quotidianamente i loro concittadini nello stadio di Kabul. Ignoranti erano i giovani hitleriani quando, a Berlino, bruciavano allegramente i loro stessi libri, e insensibili lo erano quando, poco dopo, passavano a bruciare esseri umani innocenti. Lo stesso hanno fatto i seguaci di Pol Pot in Cambogia e tanti altri ancora… E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma in tutti i casi ciò che salta all’occhio è questo: nessuno dei predetti personaggi – militanti islamici, talebani, giovani hitleriani o seguaci di Pol Pot – ne ha ottenuto, a quanto è dato di vedere, nemmeno un po’ di felicità. Sembra una maledizione, la “maledizione delle tre I”: ignoranza e insensibilità vanno a braccetto con l’infelicità. O forse è una benedizione?

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Tra hooligans e ISIS: quando la tribù chiama, di chi è la colpa?

MATABELE/CALL TO ARMSGli antropologi ci insegnano che una tribù consiste semplicemente in un gruppo di persone omogeneo per cultura, per origine, per linguaggio e soprattutto per scopo. Non importa che la tribù viva unita: l’omogeneità territoriale non sembra essere il dato fondamentale. Non importa neppure che la tribù sia più o meno numerosa. L’importante è che tutti i membri della tribù vogliano fermamente la stessa cosa.

Gli scopi della tribù possono essere perfettamente pacifici: trovare cibo a sufficienza per l’inverno, commerciare con altre tribù, andare a zonzo a cercare mogli, farsi una birra con gli amici. Oppure possono essere altrettanto perfettamente bellicosi: annientare un’altra tribù che minaccia le nostre risorse, razziare un villaggio vicino, e via dicendo. In ogni caso, tutto si fa per il bene della tribù. A volte la tribù cresce e diventa uno Stato, ma – grande o piccola che sia – essa avrà sempre un capo, che insegna alla tribù qual è il bene e quale il male.

Nel XX secolo le tribù – in questo caso le “grandi tribù” – sono arrivate a un tal punto di massacro reciproco che hanno convenuto di istituire una specie di consiglio degli anziani, che avesse lo scopo di discutere e di trovare una soluzione pacifica a tutti i conflitti futuri fra le tribù stesse. L’hanno chiamato ONU. Nonostante ciò, tribù grandi, piccole e minuscole hanno per lo più continuato a massacrarsi a vicenda per qualunque questione, salvo pochi casi fortunati.

Tribù piccole, come gli hooligans del Feyenoord che si divertono a devastare Roma. Tribù più vaste e geograficamente diffuse, come i militanti dell’ISIS che trattano chiunque non faccia parte della tribù come carne da macello. Tribù organizzate in uno Stato, come Russi e Ucraini che dimostrano che anche in Europa la storia non ha memoria.

Qualcuno pensa che ciò non sia colpa di nessuno: è l’animo umano. E in effetti la tribù che c’è in noi riappare ogni volta che qualcuno ci ruba il parcheggio, o ci passa davanti in coda alle Poste. Sì, certo. Ma qualcuno ci ha insegnato che in questi casi dobbiamo fermarci un attimo e calmarci, senza brandire un’arma e assalire fisicamente l’avversario. Si può risolvere qualunque problema discutendo. Ce lo ha insegnato il capo-tribù: prima nostro padre, poi il nostro professore e poi chi rappresenta l’autorità. Quando ciò non accade, la colpa effettivamente non è tutta della tribù…  c’è in realtà qualcuno che ha più colpa degli altri, perché ha più responsabilità: è proprio il capo-tribù.

Gli apicoltori sanno bene che, per rendere innocuo un alveare di api pericolose, è sufficiente sostituire l’ape regina con un’altra regina di una specie più pacifica. L’alveare immediatamente si calma, si placa, e ricomincia a fare il suo dovere di tribù: raccogliere polline, fare miele, allevare piccole api. Ebbene, siamo proprio sicuri che capi-tribù e api regine attualmente al potere siano quanto di meglio l’umanità può esprimere?

Ma i post su Facebook li ha inventati Hermann Hesse?

Chi frequenta Hermann_Hesse_2più o meno assiduamente Facebook è bombardato di continuo da una quantità di post che il software della pagina del geniale Mark Zuckerberg seleziona per lui fra milioni di altri post, in base a sofisticati calcoli che prendono in considerazione i suoi gusti e le sue preferenze. Le notizie più interessanti, e di conseguenza più cliccate, sono quelle che si presentino allo stesso tempo come interessanti, stimolanti e poco impegnative: nessuno ha il tempo o la voglia, mentre aspetta l’autobus sotto la pioggia, di leggersi un lungo post sullo strutturalismo nell’antropologia del XX secolo… Il post di successo, ovviamente, è corredato da un’immagine che abbia le stesse caratteristiche: interessante, stimolante (anche in termini di sex appeal) e poco impegnativa. Tutto ciò, con buona pace dei teorici contemporanei della comunicazione in rete, lo aveva già inventato Hermann Hesse, l’autore di Siddharta.

Nel romanzo Il gioco delle perle di vetro, del 1943, Hesse ci descrive una società del futuro prossimo, dalla quale un’élite di studiosi e di intellettuali si distacca per formare un gruppo più elevato, la “Castalia”, dedito allo studio e appunto al “gioco delle perle di vetro”. Il protagonista, Josef Knecht, arrivato finalmente ai massimi livelli della Castalia, si accorgerà però che la cultura del suo tempo non produce più nulla: la sua attività è ormai limitata all’osservazione di piccoli eventi, di fatti interessanti, di notizie curiose; quello che avviene non è altro che un continuo riassumere, ricapitolare, ripetere ciò che già da tempo è stato scritto, scoperto, inventato. Insomma, nella Castalia si scrivono post… e anche post molto efficaci. Hesse, non a caso, in altri suoi scritti ha definito il nostro tempo das feuilletonistische Zeitalter, cioè “l’epoca appendicistica”, “l’era della terza pagina”, o “l’era del feuilleton”. Potremmo anche dire, attualizzando: “l’era dei post”. Per carità, nulla di male: a forza di post – però se fatti bene – si può anche ricostruire una cultura!

Dentro al discorso del Presidente

Sergio Mattarella ha giurato come dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana. Il suo discorso d’inizio mandato, a quanto ci è dato di sapere, è piaciuto praticamente a tutti; persino a quelli che non avevano visto di buon occhio la scelta del giurista siciliano come nuovo Capo dello Stato. L’appeal del discorso presidenziale alle Camere riunite deve molto, certamente, alla levatura dell’oratore, di cui tutti i colleghi Parlamentari risconoscono la serietà, e soprattutto all’importanza dei temi trattati. In pochi minuti, il nuovo Presidente ha toccato buona parte dei nervi scoperti del Paese: dalla crisi economica alla disoccupazione, dalla sanità all’istruzione, sino alla lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata.

Ma i contenuti, in questo caso, sono stati veicolati da una forma altrettanto apprezzata, anche se meno evidente. Il discorso presidenziale, infatti, è un ottimo esempio di costruzione retorica perfetta (dove l’aggettivo retorica non ha, ovviamente, nessuna connotazione negativa). Giovanni Laccetti sulla rivista Termometro politico ci fornisce un’interessante disamina di quel testo di inizio mandato, effettuata anche grazie agli strumenti di analisi del linguaggio del Laboratorio “Zampolli” del CNR. Il risultato? La lingua di Mattarella è semplice, immediata, sobria e di facile comprensione, ottenendo livelli di immediatezza ben superiori a quelli di qualunque discorso dei suoi ex-colleghi parlamentari. Le frasi, in media, non superano le diciotto parole. Il lessico è semplice ed efficace e, nel 74% dei casi, rientra in quello che i linguisti chiamano il “vocabolario di base”. Insomma, nel suo discorso di apertura Sergio Mattarella si è dimostrato più giovane della maggioranza dei politici, almeno linguisticamente.

La parola che in assoluto ricorre più spesso è volto, come per far capire che chi parla ci vuole “mettere la faccia”. Ma lasciamo che a parlare siano le battute finali del discorso stesso, che hanno la loro forza proprio nella ripetizione anaforica di quella piccola parola:

«Per la nostra gente, il volto della Repubblica è quello che si presenta nella vita di tutti i giorni: l’ ospedale, il municipio, la scuola, il tribunale, il museo.
Mi auguro che negli uffici pubblici e nelle istituzioni possano riflettersi, con fiducia, i volti degli italiani: il volto spensierato dei bambini, quello curioso dei ragazzi. I volti preoccupati degli anziani soli e in difficoltà il volto di chi soffre, dei malati, e delle loro famiglie, che portano sulle spalle carichi pesanti. Il volto dei giovani che cercano lavoro e quello di chi il lavoro lo ha perduto. Il volto di chi ha dovuto chiudere l’impresa a causa della congiuntura economica e quello di chi continua a investire nonostante la crisi. Il volto di chi dona con generosità il proprio tempo agli altri. Il volto di chi non si arrende alla sopraffazione, di chi lotta contro le ingiustizie e quello di chi cerca una via di riscatto. Storie di donne e di uomini, di piccoli e di anziani, con differenti convinzioni politiche, culturali e religiose. Questi volti e queste storie raccontano di un popolo che vogliamo sempre più libero, sicuro e solidale. Un popolo che si senta davvero comunità e che cammini con una nuova speranza verso un futuro di serenità e di pace. Viva la Repubblica, viva l’Italia!»