La “bufala”? È sempre tossica (quella online, ovviamente). Ed è una truffa

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Bufale in rete: un piatto indigesto

La parola, in sé, è simpatica, quasi gradevole, ed evoca immediatamente un ottimo prodotto del Sud: la mozzarella di bufala. Ma la somiglianza finisce lì. Infatti si potrebbe dire che tanto la pasta della vera mozzarella di bufala è fresca, bianca e pura, quanto invece la bufala online è un prodotto scadente, decisamente avariato e il più delle volte persino tossico.

Sì, perché la bufala non è mai uno scherzo innocente, una trovata in stile Amici miei, ma nasconde sotto un’apparenza innocua uno scopo ben preciso. Il “bufalaro” infatti diffonde deliberatamente una notizia falsa – ben conscio della sua completa inattendibilità – con lo scopo di trarne un beneficio. Il vantaggio, o il tornaconto, può essere assai vario. Può esserci una finalità meramente economica, come quella di trasferire l’ignaro lettore, cioè colui che ha “abboccato”, su una pagina web che riporta una quantità inverosimile di inserzioni a pagamento; oppure una finalità di tipo politico o ideologico, laddove il “bufalaro” cerca di influenzare una parte dell’opinione pubblica in modo da “spostarla” in favore di qualcuno o di qualcosa, di una figura politica o di una corrente di pensiero. E sin qui il comportamento del venditore di “bufale avariate” sarebbe quasi sopportabile, anzi potrebbe persino muoverci a compassione per quel povero sparaballe, certo un po’ disonesto, che evidentemente non trova niente di meglio da fare per guadagnare qualche euro alle nostre spalle.

Ma il più delle volte la “bufala”  si rivela veramente tossica, perché essa mira direttamente a risvegliare gli istinti più bassi dell’essere umano, stimolandolo al basso ventre. E, più di ogni cosa, questa infima mozzarella avariata ama stimolare l’odio, il disprezzo verso chiunque sia diverso, e quasi tutte le “bufale” alla fine nascono contro qualcuno o contro qualcosa. Sfido chiunque di voi a trovare, infatti, un congruo numero di notizie false pubblicate allo scopo di promuovere l’amicizia o l’uguaglianza fra i popoli, oppure con finalità nobili come la raccolta di fondi per i bambini affamati in Africa Centrale: magari ce ne fossero!

Perché, allora, la chiamiamo “bufala”?

Quindi è chiaro che quando si parla di “bufale online” non stiamo parlando di nulla di simpatico o di semplicemente goliardico. Ma perché questo nome? Il legame con la bufala, quella vera, non è chiarissimo e le ricostruzioni della storia dell’uso della parola bufala con il significato di “notizia falsa” sono numerose e in parte discordanti.

L’Accademia della Crusca richiama un’antica espressione, cioè menare qualcuno per il naso come una bufala, con la quale si indicava l’atto dell’ingannare una persona portandola metaforicamente a spasso così come si faceva con i tori o i buoi, tenuti a bada afferrando l’anello che avevano al naso. Un’altra ipotesi, invece, riconduce il termine all’uso che avevano nel secolo scorso alcuni macellai di Roma, evidentemente disonesti, di vendere la carne di bufala come se si trattasse di bistecche di manzo, ben più pregiate. Allo stesso modo, c’era chi sostituiva, per spendere poco, la pelle delle scarpe con un surrogato fatto di pelle di bufala, sicché era possibile sentirsi dire: «Questa è una bufala!» Cioè, appunto, una cosa falsa.

Allora chiamiamola con il suo vero nome

Se dunque bufala è un termine troppo simpatico, che evoca un bovino domestico bonaccione, dai grandi occhi, che per di più produce il latte con cui vengono confezionate ottime mozzarelle, allora forse non dovremmo più usare questa parola per indicare una cosa tanto spregevole: la bufala online. Basta.

Chiamiamola semplicemente bugia, falsità, notizia falsa. Anzi, semplicemente truffa. Sì, perché proprio di questo si tratta: di una truffa. E, come tale, di un comportamento punibile secondo il nostro ordinamento legale. Altro che mozzarella. Quindi è davvero meritorio il lavoro di quelle persone che si dedicano al debunking, cioè allo smascherare le bufale diffuse in rete. In Italia esistono alcune pagine e comunità molto attive al riguardo, come ad esempio, su Facebook, BUTAC – Bufale un tanto al chilo, Bufale.net e Bufale e dintorni, oltre allo “storico” debunker Paolo Attivissimo, su Twitter con il suo profilo Disinformatico.

E non dimentichiamo che la bufala avariata è una truffa che ha una storia lunga, nata molto tempo prima di Facebook o di Twitter. Una bufala era, ad esempio, il Protocollo dei Savi di Sion, un documento falso creato all’inizio del Novecento per fomentare l’odio verso gli Ebrei. Con i risultati tragici che tutti conosciamo. Ma la bufala può avere obiettivi molto più ristretti, come la storiella che voleva che la povera Mia Martini portasse sfortuna e che si è rivelata, purtroppo, tutt’altro che innocua.

Quindi, se volete, basta bufala… e chiamiamola truffa. Perché, come diceva Nanni Moretti, «le parole sono importanti». E magari a qualcuno passa la voglia di pubblicare bufale. Pardon, truffe.

Mario Adinolfi e DJ Fabo: storia di due uomini diversi

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Questa è la storia di due uomini diversi fra loro. Uno si chiama Fabiano, l’altro Mario. Uomini come tanti altri, che uno strano destino ha fatto incontrare.

C’è, dunque, un primo uomo che si chiama Fabiano Antoniani, in arte “DJ Fabo”, che molti definiscono un “mago” della consolle. Classe 1977, milanese, Fabiano ama la musica e al ritmo della musica fa ballare tutti quanti, dalla sua postazione di DJ. Sino a quel maledetto incidente, che alcuni anni fa lo immobilizza completamente su un letto, gli impedisce di nutrirsi, di respirare autonomamente e infine gli ruba anche la vista. Da quel momento la vita, lentamente, diventa per Fabiano sempre più «intrisa di sofferenza e disperazione» – come egli stesso ha dichiarato – sino a risultare per lui del tutto insopportabile. Così Fabiano, insieme alla compagna che gli è sempre restata accanto, decide che per lui è arrivato il momento di andare incontro alla morte. Il premio Nobel per la letteratura Sully Prudhomme scrisse che «chi sa morire, non ha più padrone», e per Fabiano la morte è l’unico modo per liberarsi dalla schiavitù del dolore e della sofferenza.

Per una persona nelle condizioni di Fabiano ci sono molti modi per andarsene: basterebbe, ad esempio, spegnere le macchine dell’alimentazione forzata e della ventilazione e, debitamente sedato, DJ Fabo cesserebbe presto di vivere. Ma il nostro amico DJ non vuole infrangere la legge italiana né farla infrangere a chi lo assiste e quindi si sobbarca un ultimo viaggio in Svizzera, dove – del tutto legalmente – ottiene finalmente di morire, tramite il “suicidio assistito”. E fa tutto lui: con un ultimo sforzo, Fabiano morde il pulsante che libera nelle sue vene il farmaco letale. Ora DJ Fabo è libero e, per dirla con Prudhomme, «non ha più padrone».

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E poi c’è il secondo uomo, Mario Adinolfi. Classe 1971, romano, giornalista, “integralista cattolico” e fondatore del Popolo della famiglia. Mario è noto, fra le altre cose, per la sua forte avversione alle unioni omosessuali (e per aver dato del «frocetto» ad Alfonso Signorini), oltre che per aver dichiarato che in una famiglia sana la moglie deve essere «sottomessa al marito». Ebbene, subito dopo che Fabiano si è “liberato” dalla sua lunga sofferenza, Mario pubblica la seguente frase: «Hitler almeno i disabili li eliminava gratis». E qui evidentemente Mario Adinolfi mostra di non conoscere l’insegnamento di un altro tedesco, ben più intelligente di Adolf Hitler: si chiamava Ludwig Wittgenstein e, fra l’altro, ammoniva che «su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere».

Per una persona nelle condizioni di Mario ci sarebbero molti modi per tacere: basterebbe, ad esempio, considerare seriamente l’insegnamento di colui che lui sostiene di prendere come proprio esempio… ovvero Gesù Cristo. Un personaggio che non ha mai detto nulla contro le persone nelle condizioni di Fabiano, ma in compenso ha detto molte cose che dovrebbero spingere le persone come Mario a riflettere (cito a casaccio, sperando che non ci sia bisogno di essere più espliciti: «beati i misericordiosi», «ama il prossimo tuo come te stesso», «chi è senza peccato…», «la trave e la pagliuzza…»). Per chi crede, un personaggio che ha avuto il coraggio di restare sulla croce – e di morire – quando avrebbe potuto scendere e salvarsi. Un personaggio che, dunque, ha scelto di morire. Proprio come Fabiano.

Quindi, caro Mario, se puoi, cerca di fare la pace con Fabiano. Almeno adesso che sai che lui e il tuo “modello”, in fondo, non sono tanto lontani.

Buona Epifania, tra la Befana e Andrea Mantegna

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Un augurio di buona Epifania a tutti. E che, come è sempre stato, la festa che “tutte le feste si porta via” cancelli anche gli affanni, le preoccupazioni e i malanni dell’anno passato. La parola epifania, presa direttamente dal greco, significa “farsi vedere, mostrarsi” e indica proprio il momento in cui il piccolo Gesù Bambino si mostra ai misteriosi Re Magi venuti dall’Oriente, che vediamo qui raffigurati nella straordinaria tavola di Andrea Mantegna oggi al Getty Museum di Malibù. Dalla stessa parola epifania deriva, attraverso befanìa, anche la nostra Befana. Come quasi tutte le ricorrenze cristiane, anche l’Epifania del resto ha origini molto più antiche, che risalgono al mondo pagano e agli albori della civiltà.

La notte fra il 5 e il 6 gennaio, per tutti noi appunto la vigilia dell’Epifania e il momento magico del passaggio della Befana, era infatti la dodicesima notte dal solstizio d’inverno e poi dal 25 dicembre, Natale. È la stessa notte che ha ispirato a William Shakespeare la sua celebre commedia Twelfth Night, appunto la Dodicesima notte. Era la notte in cui visivamente la luce della futura primavera ricominciava ad avere il sopravvento, giorno dopo giorno, sulle tenebre dell’inverno ormai in declino. Era una notte magica, in cui vigeva una sorta di “mondo sottosopra”: nelle case si preparava una ciambella in cui era nascosta una sorpresa, un fagiolo o un nìnnolo, o addirittura una statuina di un Re Magio (o Mago); chi la trovava, veniva eletto “Re per una notte”.

Ma il significato dell’Epifania, nel mondo cristiano, diventa ancora più vasto. Ed è straordinariamente rappresentato da un’opera d’arte tanto misteriosa quanto affascinante: l’Adorazione dei Magi di Andrea Mantegna (1500 ca.), oggi conservata al Getty Museum di Malibù che la acquistò, negli anni Ottanta, a una cifra astronomica in un’asta particolarmente movimentata. E ci fu persino chi dubitò della sua autenticità, dato che si tratta di un dipinto di cui si sa pochissimo. Ma, come sempre in Mantegna, è un dipinto parlante.

In una tavola piena e affollata, i tre Re Magi quasi si accalcano per rendere omaggio a Gesù Bambino. L’anziano Gasparre, chinato, gli porge l’oro, simbolo della regalità, in una preziosa coppetta in ceramica bianca e blu, reggendolo con la sua mano adorna di un anello di rubini rossi come il sangue. Melchiorre, di rosso vestito, avanza con in mano una pisside per l’incenso, simbolo della divinità, di un diaspro altrettanto rosso. Baldassarre infine, con un turbante rosso e un incredibile orecchino, rosso pure lui, dona al bambino un vaso di alabastro con la mirra, simbolo dell’unzione per i defunti e presagio di ciò che a quel bambino dovrà accadere. Così come un presagio è l’onnipresente rosso, colore del sangue. Gesù Bambino, bellissimo ma serissimo, vestito come un Maestro ebraico della Legge, accetta i doni e li benedice. Sua madre Maria, unica eccezione, è vestita di giallo, il colore del Popolo di Israele. Ma la cosa che più colpisce lo spettatore è lo sguardo dei Magi: nessuno dei tre Re sembra guardare il Bambino.

Tutti, nella tavola del Mantegna, guardano oltre. Perché l’Epifania è proprio questo: è la dodicesima notte, in cui si guarda avanti e non si guarda più indietro. In cui il mondo “si gira” e tutto diventa possibile. Senza dimenticare che tutti i soggetti raffigurati – Gesù bambino, Giuseppe, Maria e i tre Re – in quel momento erano ufficialmente profughi, che si preparavano a lasciare la loro terra a causa della persecuzione di Erode. E anche questo fa parte del mondo “sottosopra”, così come della nostra attualità.

E la Befana? Non ce la siamo dimenticata. L’anno appena terminato, simboleggiato da una vecchierella su una scopa, vola via per sempre e. prima di scomparire. lascia regali ai bimbi buoni e carbone a quelli cattivi. Nel corso del Medioevo ha assunto le fattezze, in realtà, di una strega e in effetti in molti paesi finisce bruciata in un grande falò, che nelle campagne mantovane prende il nome di burièl. Tradizione vuole che la vecchierella sia ancora la stessa che, una fredda notte di gennaio, aveva dato ospitalità proprio ai Re Magi, ma che poi si era rifiutata di seguirli sino a Betlemme: pentita, uscita scalza nella fretta, iniziò a rincorrerli senza darsi pace… e non ha ancora smesso.

 

Terrore, terrorismo e islamismo: rinfreschiamoci le idee

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L’orrore di chi deliberatamente e scientemente colpisce civili innocenti, inermi e disarmati, uomini e donne, vecchi e bambini, nella loro casa, nelle strade della città in cui vivono, al mercato, in una scuola, ai tavolini di un caffè o all’interno di un teatro non ha né può umanamente e moralmente avere alcuna giustificazione. Si tratta semplicemente di orrore disumano. Un orrore, un insensato abominio, che prende il nome di attacco terroristico.

Insensato, eppure accade – e per di più frequentemente – in Occidente così come in Medio Oriente, in Africa e in tanti altri angoli del mondo. Accade, è sempre accaduto in passato e presumibilmente continuerà purtroppo ad accadere nel prossimo futuro. Perché l’orrore funziona, anzi funziona maledettamente bene e colpisce in un solo momento un’intera comunità. Funziona proprio in quanto genera e diffonde nelle comunità colpite e nei singoli individui il terrore, cioè quella diffusa sensazione di improvvisa e sorprendente impotenza di fronte a un grave pericolo che sino a un attimo prima si credeva lontano e sotto controllo.

Il terrore, purtroppo, è una delle poche sensazioni umane che risultano del tutto incontrollabili: non a caso il terrore, per definizione, è cieco. È quella stessa sensazione che pervade l’automobilista che, lanciato ad alta velocità lungo un’autostrada, si trova improvvisamente di fronte a una coda di vetture ferme, nascoste da un fitto banco di nebbia, accorgendosi di non fare più in tempo a frenare, e in quel momento la vita “gli passa davanti”; o ancora è quel gelo tremendo che risale la colonna vertebrale del paziente che inaspettatamente si sente diagnosticare dal medico una malattia potenzialmente mortale. Il terrore lascia senza respiro, nell’incapacità di fare alcunché. È la morte che, non invitata, bussa a sorpresa alla nostra porta, battendo implacabile con i colpi sordi e ritmati della quinta sinfonia di Beethoven.

La forza dirompente del terrore è precisamente ciò che i professionisti di tale arte, cioè i terroristi, ricercano. È un’arma segreta potentissima, forse l’arma più efficace nel mondo post-atomico, e allo stesso tempo straordinariamente economica, facile da trasportare e da esportare. Il terrore non fa suonare il metal-detector degli aeroporti: un attentatore suicida è una persona come tante altre, può arrivare dovunque e colpire senza preavviso. Per questo il terrore è un’arma tanto popolare, utilizzata con efficacia da millenni: per citare soltanto i casi cronologicamente più vicini a noi, è stata l’arma del Regime del Terrore durante la Rivoluzione Francese – e proprio lì nacque la parola terrore utilizzata per la prima volta con questa accezione –, e ancora è stata l’arma preferita dei regimi totalitari del Novecento, dal Nazismo sino allo Stalinismo, con la quale essi hanno messo a tacere avversari politici e nemici interni, e in seguito è stata adottata da una miriade di gruppi terroristici con i più vari orientamenti ideologici, dalle Brigate Rosse al terrorismo nero degli anni Settanta in Italia, dall’irredentismo irlandese cattolico dell’IRA sino all’odierno terrorismo islamista dell’ISIS, cioè del sedicente “Stato Islamico”. Ma è un’arma che ha fatto gola anche ai governi di potenti Nazioni, che l’hanno sfoderata nei momenti cruciali di un conflitto, quando le armi convenzionali erano in evidente difficoltà: si pensi a tutti quegli attacchi che hanno avuto come obiettivo esclusivo proprio la popolazione civile inerme, dal bombardamento a tappeto di Dresda del 13 febbraio 1945 alle V1 e V2 tedesche lanciate su Londra, dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki dell’agosto 1945 sino alle fin troppo ricorrenti imprecisioni delle moderne “bombe intelligenti”.

I crudeli e insensati attentati terroristici di Parigi del 13 novembre 2015, rivendicati dall’ISIS dell’auto-proclamato califfo al-Baghdādī, sono dunque soltanto l’ultimo esempio di una tradizione ben più antica: quella del terrore. Questi individui assassini non hanno inventato niente, ma comunque con il loro attacco inaspettato hanno raggiunto il proprio scopo, alzando di un gradino il “livello del terrore” nella comunità francese, in Europa e in generale in Occidente. Proprio come era successo dopo l’11 settembre 2001, con l’attacco alle Torri Gemelle di New York.

Ma anche dopo l’esplosione del terrore, dopo i battiti ritmati della morte alla porta di casa, a un certo momento fatalmente ci si raccoglie, si ritrova in sé stessi la forza per reagire, e allora i responsabili di quel terrore diventano il nemico pubblico da combattere con tutte le nostre forze. E infatti l’Occidente ancora una volta, come era avvenuto dopo l’11 settembre, è partito al contrattacco dell’ISIS, con i primi raid aerei verso le postazioni del nemico nei territori da lui occupati in Siria e in Iraq.

Ma qui sta l’inganno. Perché il terrore – e anche in questo senso quello messo in atto dagli estremisti dell’ISIS non fa eccezione – ha sempre come fine ultimo quello di suscitare una reazione anomala e di spingere la comunità colpita a prendere provvedimenti d’emergenza, che in parte finiscono per andare contro le convinzioni ideali e morali di quella comunità. Il terrore stimola la paura dell’altro, del diverso, la xenofobia e il sospetto.

A riprova di ciò, non a caso dopo il 13 novembre si è ulteriormente diffuso e rinforzato in Occidente il preconcetto dell’esistenza di un “Islam intrinsecamente violento”; un’idea che, come si cercherà di illustrare razionalmente nelle prossime pagine, non ha in realtà alcun fondamento autentico e che per altro, se fosse vera, ci dovrebbe far concludere che un miliardo e mezzo di persone nel mondo professano una religione violenta e omicida che li spinge a immolarsi come terroristi suicidi, mentre a voler essere obbiettivi la maggioranza di loro ci sembra e ci è sempre sembrata occupata in ben altre occupazioni, come trovare e mantenere un buon lavoro, far studiare i propri figli o, per dirla in termini molto concreti, arrivare a fine mese.

Ma l’inganno non finisce qui e il suo secondo aspetto è ancora più subdolo del primo. Sì, perché, l’ISIS, lo “Stato Islamico” del terrore “vuole” essere bombardato. Anzi, non chiede altro. Per il semplice fatto che in realtà la sua finalità ultima è la creazione di un grande e diffuso consenso, in tutti i Paesi musulmani, per giungere prima o poi a controllarli democraticamente, laddove non sarebbe possibile o sarebbe comunque molto difficile farlo militarmente. Ebbene, le bombe occidentali sulla Siria fanno passare in Medio Oriente l’idea che l’ISIS, il cosiddetto “Stato Islamico” di al-Baghdādī, sia l’unica difesa contro la minaccia occidentale, l’unico “difensore dei credenti”. E il consenso cresce, ogni giorno di più. Prima o poi inevitabilmente l’ISIS sarà sconfitto, dal punto di vista militare, nei territori che è arrivato ad occupare più o meno stabilmente in Siria, in Iraq o in Libia: date le forze messe in campo contro di esso, non sembra prevedibile un diverso esito del conflitto. Così è stato per l’Iraq ai tempi delle due Guerre del Golfo e così è stato per l’Afghanistan del regime dei talebani. Ma allo stesso tempo nessuno potrà impedire che lo Stato Islamico – pur ormai privato di una base territoriale – prenda gradualmente il potere, attraverso i meccanismi formali e un po’ precari della democrazia elettorale e nella forma dei diversi partiti di ispirazione islamista radicale, in tutti gli altri Paesi a maggioranza islamica, dal Marocco all’Egitto, dalla Tunisia sino allo Yemen, all’Algeria, alla Libia, al Pakistan, all’Indonesia e forse, per altre vie, anche in Arabia Saudita. Persino laddove un governo in carica, evocando la laicità dello Stato, eventualmente non riconoscerà una vittoria elettorale di un partito islamista, quest’ultimo avrà buon gioco a fomentare una rivolta popolare che probabilmente porterà all’eliminazione del “tiranno” di turno e quindi alla salita al potere dei difensori dell’Islam. E a quel punto lo Stato Islamico, pur essendo ormai stato sconfitto sul terreno, sarà legittimato a esistere come entità politica e arriverà forse a controllare la totalità o quasi del Medio Oriente, con i relativi pozzi petroliferi. A meno che non si corra ai ripari prima.

La donna nell’Islam: mito e realtà

muslim-women-demographic-jihadPiù un’immagine si ripete, insistentemente, più essa finisce per imprimersi in maniera indelebile nei nostri occhi. E chi si occupa di propaganda lo sa benissimo. Lo sanno fin troppo bene i militanti dell’ISIS, del sedicente Califfato di al-Baghdadi in Siria e in Iraq, così come a loro tempo lo sapevano bene i loro colleghi Talebani in Afghanistan. Costoro non perdono occasione per ribadire, con le parole e purtroppo ancor di più con i fatti, chi sono i loro nemici. I nemici ovviamente sono i Cristiani, gli infedeli, e tutti quanti i “diversi” e, fra questi, un posto speciale spetta alle donne.

La donna, sotto il Califfato dell’ISIS oppure sotto i Talebani, è considerata esattamente alla stregua dell’Untermensch teorizzato dal Nazismo hitleriano: un essere sub-umano, un animale parlante, che deve assistere il guerriero (maschio), dargli piacere, dargli figli (possibilmente maschi come lui), dargli – in ultima analisi – la sua stessa vita. Devotamente, silenziosamente e senza incontrare gli sguardi di altri uomini, velata, coperta, sotto un burqa o, se si ribella, sotto un mucchio di pietre. Il terrorista dell’ISIS giustifica questa autentica segregazione razziale con il Corano e con la parola del Profeta. Ma, come spesso avviene, dietro ogni estremismo radicale si nasconde una bugia altrettanto radicale.

Sì, perché nel Corano, nella parola di Dio raccolta dal profeta Maometto, non c’è nulla di tutto questo. Il Corano infatti non fa altro che raccogliere e rielaborare una lunghissima tradizione teologica che parte dalla fede nel Dio di Abramo, nella Torah – sì, proprio in quella stessa Torah del popolo di Israele – e nella rivelazione successiva contenuta niente meno che nei Vangeli, riassunta nella vita di quello che i Musulmani considerano il loro secondo più grande profeta: Gesù, figlio di Maria. In questo senso il Corano è il terzo libro delle tre grandi religioni monoteistiche che venerano l’unico, comune Dio di Abramo, cioè Ebraismo, Cristianesimo e Islam, le cosiddette “religioni del Libro”.

E la donna? Ebbene, secondo il Corano essa è un individuo non subordinato, ma pari all’uomo, dotato di ogni diritto, persino quello – non contemplato nella tradizione ebraica – di possedere beni e ricchezze e di poterne disporre liberamente. Nel testo del Corano la prima parola che si riserva alla donna è “amore”, insieme a “rispetto”: «Fa parte dei segni di Dio l’aver creato per voi delle spose, affinché riposiate presso di loro, e ha stabilito tra voi amore e rispetto» (Corano XXX, 21).

La parità con l’uomo è assoluta e discende dall’atto della creazione di Dio, lo stesso narrato nella Genesi: «Dio vi creò da una persona sola (…). Rispettate le viscere che vi hanno portato, perché Dio è sopra di voi e vi osserva» (Corano IV, 1-2). Tale parità di diritti è sancita anche dalle regole relative al divorzio, le quali vigilano sull’integrità del patrimonio della moglie dopo che essa si è separata dal marito (cfr. Corano II, 226-237; ecc.). È chiaro quindi che qualcuno ci sta ingannando: sono i cosiddetti “cattivi maestri” del terrorismo islamista, ai quali conviene non far trasparire quanto la loro concezione della donna sia anti-islamica.

Ma allora che senso hanno il velo, il semplice fazzoletto in testa, la sciarpa di seta, sino al burqa che in Afghanistan seppellisce le donne in loro stesse? Nella maggior parte del mondo islamico il velo è una semplice tradizione, che non è segnata da uno stigma sociale di prevaricazione, tranne appunto che in quelle aree – purtroppo sempre più vaste – nelle quali gli estremisti impongono la loro versione allucinata e falsa della legge islamica. In realtà nel Corano l’unica prescrizione presente è quella di non andare a spasso nudi, ma di mettersi essenzialmente… le mutande: «Di’ ai credenti che coprano i loro genitali; e alle credenti che coprano anch’esse i loro genitali e non mostrino troppo i loro seni, se non quanto di fuori appare, e li coprano con un velo» (Corano XXIV, 30-31). Ovviamente oggi la “legge”, cioè la Sharia, non comprende il solo Corano (il quale comunque costituisce l’autorità definitiva): la successiva tradizione, nell’arco di quattordici secoli di Islam, ha precisato, chiosato e talvolta stravolto le indicazioni originarie, a seconda degli usi e costumi dei singoli popoli dove la parola del Profeta veniva diffusa, fissandole in migliaia e migliaia di “detti del Profeta”, chiamati hadith. Così in molte culture locali le prescrizioni riguardanti le donne, la loro vita e il loro stesso abbigliamento sono diventate sempre più restrittive e – a ben vedere – sempre più lontane dallo spirito del Corano.

Non facciamoci ingannare, dunque, da chi cerca di propagandare a suo vantaggio una interpretazione falsa della teologia islamica. Rileggiamo le fonti autentiche. Controlliamo e ricontrolliamo. Perché l’idea dell’Islam intrinsecamente violento e antifemminista – che è totalmente opposta al messaggio del Corano – fa comodo a molti, in Oriente, ai terroristi islamisti, così come in Occidente, a chi è alla ricerca di facili consensi. Però non insultino la nostra intelligenza: basta saper leggere.

 

 

Black Cowboys & Melting Pot: la sorpresa “italiana” della mutietnicità

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Jamie Foxx e Leonardo Di Caprio in “Django Unchained”

Non tutti se ne sono accorti, ma anche i film western sono cambiati. Non solo perché in “Django” ci sono scene splatter che ai tempi di John Waine o di Clint Eastwood il cinema ancora non proponeva, ma anche perché oggi compaiono sempre più spesso dei cowboy dalla faccia scura. Sì, perché si è scoperto che molti cowboy erano in realtà afro-americani, nipoti e pronipoti degli schiavi importati nelle piantagioni di cotone del Sud: sono i cosiddetti Black Cowboys. Anche se nessuno di loro – forse non a caso – ottenne mai la fama letteraria di Billy the Kid o di Roy Rogers, la loro presenza fu importantissima. Oggi “Django” lo conosciamo tutti, grazie al film di Tarantino del 2012, ma chi volesse andare a vedere di persona e concedersi un viaggio negli Stati Uniti può visitare il National Multicultural Western Heritage Museum a Fort Worth, in Texas.

Ma si sa: quella nord-americana è una società multietnica, un vero melting pot, non certo come la nostra. Fondata sull’immigrazione di migliaia e migliaia di (allora) derelitti inglesi, scozzesi e irlandesi, francesi e italiani, spagnoli e messicani, polacchi e ungheresi, indiani, pakistani, filippini e cinesi, e ancora schiavi africani, nativi nord-americani, esquimesi e persino russi cercatori d’oro, balenieri o cacciatori di furetti. Oggi, molto semplicemente, si considerano e si sentono tutti “americani”.

Benissimo, ma da noi è diverso… vero? L’immigrazione è un fatto recente e gli italiani “veri”, autenici, esistono e dunque si distinguono perfettamente dagli immigrati marocchini o romeni, siriani o albanesi, cinesi o filippini.  O forse no? Comunque c’è un modo di saperlo, scientificamente e in maniera inappellabile: farsi prelevare un po’ di sangue. Facciamolo (magari ci viene voglia di aderire all’AVIS e faremmo un’ottima cosa, dato che purtroppo i donatori di sangue in Italia sono davvero troppo pochi; ma questa è un’altra storia).

Ottimo. Dalle analisi del sangue, se siamo maschietti, scopriremo il nostro “aplogruppo”, cioè il gruppo a cui appartiene il nostro cromosoma Y. Se siamo donne e dunque abbiamo solo cromosomi X, possiamo sempre obbligare nostro fratello o nostro cugino a farsi sforacchiare per noi (e poi c’è anche il DNA mitocondriale, trasmesso solo dalle donne, ma non scendiamo troppo nei particolari). Gli aplogruppi si classificano con le lettere dell’alfabeto: A, B, C e vosì via, e poi in sottogruppi. Benissimo: la sorpresa è che in Italia c’è di tutto e di più…

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Queste bellissime mappe dell’Italia, dieci in tutto, raccontano la nostra storia. Ebbene, un tempo in Europa c’erano gli uomini di Cro-Magnon, cacciatori e raccoglitori, il cui sangue è ancora nel 35% dei sardi (nelle mappe qui sopra, si veda il gruppo I2a1);  e in effetti la Sardegna è tanto bella quanto isolata, e proprio in quanto isolata si è mantenuta per millenni fuori dai grandi flussi migratori. Poi circa 10.000 anni fa sono arrivate le prime tribù di agricoltori, dal Medio Oriente e precisamente dalla Siria, dalla Palestina (gruppo G e gruppi J, nelle mappe) e dalla Grecia (gruppo J2),  che hanno moltissimi eredi nell’Italia centro-meridionale. Circa 7.000 anni fa sono giunti i potenti popoli parlanti lingue indo-europee, agricoltori e capaci di utilizzare la ruota e il cavallo per la guerra (vedi mappa del gruppo R1b): oggi il loro sangue è presente nel 50% degli italiani settentrionali, ma nel 25% dei meridionali. A questi si aggiungeranno in seguito ulteriori sottogruppi, sempre indo-europei: i celti nell’Italia del nord e gli svevi in Sicilia, ad esempio. Alla caduta dell’Impero Romano arrivarono le orde germaniche – Vandali, Goti e Longobardi in testa a tutti – oggi diventate orde “piemontesi” e “venete”, almeno a giudicare dalle mappe I2a2 (la seconda, qui sopra) e I1 (la terza). E se pensate di essere un po’ bizantini? Controllate la mappa E1b1b. Ma ci fermiamo qui, anche se ci sarebbero molti altri gruppi da elencare.

Insomma, qualche dubbio su chi siano – o se esistano veramente – i “veri” italiani ci dovrebbe sorgere. Forse siamo molto più “americani” di quanto pensiamo. Con buona pace delle polemiche sulle politiche di “accoglienza” degli immigrati… dato che immigrati siamo anche noi. E non dimentichiamoci dell’AVIS, davvero: perché il nostro sangue, anche se abbiamo scoperto che è una macedonia e non un piatto unico, è importante donarlo a chi ne ha bisogno.

 

 

 

 

I nostri antenati? Più piccini del previsto… (forza piccoli!)

TOP PRIMATE

Forse è uno dei motivi per cui ci piacciono tanto i cuccioli, i gattini, le scimmiette o i cagnolini… Perché in noi c’è qualcosa di una scimmietta vissuta circa 12 milioni di anni fa. Siamo geneticamente cugini, anzi, cuginetti…

La scoperta viene dalla Spagna, riassume scavi e studi iniziati nel 2011 ed è stata appena pubblicata su Science. La nuova scimmietta si chiama Pilobates cataloniae e non doveva pesare più di 5 chilogrammi. La scoperta è importante perché sino ad ora si pensava che le scimmie più antiche e più vicine agli ominidi fossero di grandi dimensioni, così come i gorilla, gli scimpanzè o gli oranghi odierni… e come gli esseri umani. Invece no, una delle scimmie più antiche e dalle caratteristiche più vicine agli uomini era proprio un “soldo di cacio”.

Una bella rivincita per i “piccoletti”, dunque. Perché ciò significa che il misterioso anello mancante fra scimmie e ominidi, dal quale tutti discendiamo – “anello” che, si badi bene, non è stato ancora ritrovato – doveva essere molto più piccolo di quanto sin qui si è ipotizzato, e più simile a un gibbone o a una scimmietta urlatrice (!) che non a un grosso ominide.

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La ricerca dell’antenato comune dunque continua, ma nel frattempo l’identikit dell’indiziato è molto cambiato. Ora si cerca un piccoletto…